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Across the Universe

2h 12'

Regia: Julie Taymor



Ancora un’incursione retrò nei depredati anni Sessanta, come nel recente, riuscito musical Hairspray. Non ci troviamo, però, nella Baltimora trasgressiva che fu di John Waters, teatro ideale per esibire desideri proibiti mentre si consumano rigurgiti epocali di tensioni razziali di là da risolvere. Gli anni Sessanta di Across the Universe sono quelli iconograficamente definiti dell’on the road, sulla mitologica rotta che da Liverpool conduce al cuore dell’America ferita dalla sciagurata impresa in Vietnam, l’America del martirio di Martin Luther King e della liquidazione di Nuove Frontiere promesse, mentre si combatte per una libertà radical nelle strade e si scopre l’ispirazione psichedelica di droghe leggere e pesanti, mentre una generazione si dannava ad evitare il fronte, sostenuta dal rivoluzionario sound del rock e del pop. E’ un viaggio ammaliante e tragico, quello che compie la regista Julie Taymor, qui al suo terzo lungometraggio dopo Titus e Frida (e dopo l’esperienza teatrale del musical derivato da Il Re Leone della Disney). E’ un viaggio di memoria nell’old style di una contestazione che si auspica recuperabile, con la guida di 33 brani dei Beatles (con gli arrangiamenti curati dal compositore Elliot Goldenthal, marito della Taymor, che firma anche le musiche originali e con la produzione curata insieme al musicista di country-folk T-Bone Burnett), utili a sostenere la storia e le psicologie dei personaggi dando spunto a numeri coreografici e fungendo da contrappunto a filmati d’epoca e a sofisticate animazioni che richiamano quelle del surrealista polacco Jan Švankmajer: atmosfere alla West Side Story con richiami ai simbolismi geometrici di The Wall dei Pink Floyd (da qui Alan Parker trasse, nel 1982, il famoso film impersonato da Bob Geldof).

Le parole delle canzoni dei Beatles fungono da guida, come in un libretto d’opera, uno spartito musicale che ci fa immergere nelle atmosfere di quei sommovimenti che hanno caratterizzato i momenti più avvincenti della Storia contemporanea, grazie a quella libertà esibita con ottocentesca urgenza da rivoluzionari. Sulla rotta di Hair di Forman, manifesto dell’epoca beatnik che inneggiava alla pace e al libero amore, Across the Universe ripropone quelle atmosfere con un linguaggio moderno ed accattivante, per ribadire che quell’universale messaggio è ancora attuale.
Sulle note di "Girl", interpretata dal protagonista inglese Jude (Jim Sturgess), lungo le rive del mare di Liverpool, si apre il film seguendo il nostro all’Università di Princeton, dove si reca, senza i documenti in regola, a cercare il padre mai conosciuto e colpevole di aver abbandonato la madre ancora incinta. L’uomo fa il custode all’università e si è costruito una nuova famiglia. Jude elabora la propria delusione (credeva che il genitore fosse un professore) rimanendo in Usa: fa amicizia con Max (Joe Anderson), uno studente ribelle e s’innamora perdutamente della sorella di lui, Lucy (interpretata da Evan Rachel Wood che esibisce il suo fascino etereo). Il loro rapporto si consuma tra i contrasti che riguardano personale e politico, nell’esperienza di una progressiva presa di coscienza della necessità delle lotte a favore dei diritti civili. Da Greenwich Village eccoci proiettati nella Detroit degli scontri razziali e delle manifestazioni pacifiste contro il maledetto Vietnam, una soglia infernale che anche il povero Max sarà costretto ad attraversare. In un personaggio del film, la cantante Sadie (Dana Fucks) che è padrona di casa di Jude e Max, riconosciamo senza esitazioni la più rivoluzionaria presenza rock di quegli anni, Janis Joplin, mentre JoJo (Martin Luther), un chitarrista di colore ha i tratti memorabili di Jimi Hendrix. C’è pure Joe Cocker nei panni di un barbone da metropolitana che si cimenta con il brano "Come Together".

Ma le intenzioni del musical visionario della Taymor non sono solamente quelle di operare un restyling, magari furbetto, di segni, codici, ideologie ed estetiche dell’immaginario di quei tempi epocali. La regista segue la linea postmoderna della contaminazione capace di mescolare, in un suggestivo mix concettuale, elementi sia cinematografici sia teatrali, attingendo a piene mani dalla magnifica retorica della pop art. Basti l’esempio di certe immagini che animano i momenti migliori di Across the Universe: le fragole, simbolo di ribellione e creatività (perdipiù ispiratrici delle tele di Jude), appaiono trasfigurate come bombe che piovono dal cielo, nate da schegge di repertorio e corredate dalle note di "Strawberry Fields Forever"; oppure il simbolico Zio Sam del manifesto di arruolamento animato al ritmo del romantico motivo di "I Want You (She’s So Heavy)" che assume toni minacciosi ed ironici; o ancora le sequenze del montaggio alternato che lega il funerale di un bambino di colore trucidato durante una rivolta per strada a quella del ritorno dal Vietnam di un giovane soldato in una bara, pianto come eroe di guerra dalla sua famiglia e da Lucy (nel frattempo Max, per evitare di partire in guerra tenta l’espediente di ingurgitare barbabietole ma viene spedito lo stesso al fronte, finendo per impazzire). A fare da paradigma e da sigillo di questa parafrasi cinematografica, c’è "Let It Be", eseguita in forma di gospel liberatorio dai presenti alla commovente cerimonia del lutto mai elaborato, ad elevare l’indignazione commossa provocata da tante morti inutili non solamente per quella maledetta guerra ma anche per quelle che l’hanno preceduta e che la seguiranno. Così la magica alchimia innovatrice dei Beatles, senza mai essere tautologicamente citata, si dimostra ancora capace di guidare l’emozione di una way of life che agitava la bandiera dell’utopia possibile, forse solo temporaneamente occultata dalla conseguente reazione che suscitò: insomma, "All You Need Is Love" eseguita dal tetto di un grattacielo è ancora oggi in grado di provocare il giusto grado di emozione propositiva. Così come svolgono il proprio ruolo di angeli della trasgressione il leader degli U2, Bono, qui nei panni di un guru che si chiama Dottor Robert e l’attrice – votata al cinema indipendente – Salma Hayek nella parte di un’infermiera.
Al di là della volontà rigeneratrice che evita il déjà vu e l’effetto da museo delle cere, il musical targato Taymor è una prova di vitalità estetica, capace di alimentare il nostro immaginario invaso dal ritmo incessante di mode schizofrenicamente profuse e imposte alla ribalta del mercato. La dimostrazione di un look postmoderno che mostra ancora il proprio vigore e la propria necessità, costringendoci a sognare ad occhi aperti quel passato che sembra avere ancora voglia di diventare un futuro per tutti coloro che vorranno condividere l’invito a sognare.

© 2007 reVision, Francesco Puma