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Le Acrobate

2h



Le Acrobate, ovvero coloro che camminano su un equilibrio precario, sono 3 statuette di terracotta custodite al Museo di Taranto, di incredibile armonia e leggerezza. E sono servite a Soldini e alla sua cosceneggiatrice Doriana Leondeff a coronare il film che stavano già scrivendo, con un titolo estremamente leggiadro e appropriato. E in effetti le protagoniste di questo film, anch'esso girato in punta di piedi, leggero e delicato, che lascia spazio a sensazioni e sensibilità intime e accennate, sono due donne e una bambina che, muovendosi in un mondo assurdo e senza senso sono alla ricerca di qualcosa. Qualcosa che il regista stesso non sa esattamente spiegare cos'è, come non lo sanno le protagoniste del film, ma sicuramente non si riconoscono in questa società di fine millennio, bombardata da immagini d'effetto e valori vacui. E' per questo che le due protagoniste vengono a trovarsi a contatto tramite una vecchia che incarna passate tradizioni e sorpassati valori, e appartiene a un mondo che può definirsi sotterraneo, ma comprende in sé qualcosa di magico. I segnali, il fatto di aver prestato entrambe attenzione a una vecchia bizzarra, non propriamente il caso, fanno incontrare le due donne, perché non è un caso che esse siano accomunate da un sentire comune, da una persona fuori dal comune. Si svolgerà quindi un incontro vero e proprio, fatto di uno scambio profondo, tra Elena (Licia Maglietta), che vive a Treviso, professione chimico, separata dal marito e legata ad un uomo a sua volta separato e Maria (Valeria Golino), commessa ad un supermercato, sposata a Mirko, che lavora in una televisione locale e non è mai pagato, madre di Teresa, bambina intelligente e sensibile, curiosa e appassionata di esperimenti scientifici, che realizza anche nel suo piccolo a casa propria. Entrambe le donne sono insoddisfatte della vita che fanno.

Elena, nella fredda Treviso, alla ricerca di qualcosa che le dia più calore, sia esso un appartamento meno moderno, o un uomo più presente di quello con cui ha una relazione passionale, ma poco sostanziosa, (Fabrizio Bentivoglio, in una breve e amichevole interpretazione), concentrata sul suo lavoro di ricerca per creme cosmetiche, si imbatte una sera in una vecchia, quasi non la investe con la macchina. Nel tentativo di aiutarla ed essere gentile con la sua vittima, che ha riportato una lieve ferita ad una gamba, Elena riaccompagna a casa la vecchia, che, una volta a casa sua, la liquida a male parole. Nei giorni successivi Elena non riesce a scordarsi della vecchia semibarbona, e spinta da un senso di colpa o forse da una curiosità inspiegabile nei confronti di un essere così indecifrabile per lei, scorbutico e indipendente e sicuro di sé, fa dei tentativi per riavvicinarla. Piano piano si riesce ad accattivare la vecchia, il cui nome è Anita, una slovacca che vive in un mondo tutto suo, con il suo gatto come unico affetto, dalla morte del marito. Quando la vecchia muore, Elena ritorna nella sua casa e frugando in quel mondo di foto ingiallite e cibo andato a male scopre, nella buca delle lettere, una missiva di una certa Maria, che le spedisce un dentino perduto da sua figlia. Credendola sua parente, Elena parte alla volta di Taranto, spinta da uno strano e irrazionale impulso, dove Maria vive e dopo molte ricerche incontra questa giovane donna, in una serata in cui ha sbattuto dietro di sè la porta di casa, dove vive col marito, frustrato e incattivito dal suo fallimento professionale. Dopo un primo incontro negativo tra le due, Maria, ritornata a casa, continuando a vivere la sua solita vita, si ricorda di Elena, e dopo una prima lettera a cui Elena risponde con gioia, decide di partire con la bambina per Treviso, per andare a trovare la signora del Nord che anche la bambina ha intravisto e le ha destato curiosità.

Si realizza così questo incontro, che, come dicevamo, è trainato da un fatto in sé casuale, ma che contiene una necessità, perché non a caso le due donne sono animate dalla stessa sensibiltà, spinte da uno stesso desiderio, quello di seguire il proprio istinto nella ricerca di qualcosa di più profondo e significativo rispetto alle loro vite correnti. Vite colte in un momento di debolezza e insoddisfazione che però contengono un coraggio e una forza, una curiosità e una vitalità che erano solo assopite. Seguendo il desiderio della bambina di vedere le montagne, intraprenderanno un piccolo viaggio, che non è semplicemente una fuga da una realtà quotidiana sordida e opprimente, anzi non lo è affatto, ma il simbolo di un viaggio più ampio, quello verso un connubio umano fatto di uno scambio profondo, esistenziale, carico di sensibilità, di amore per la vita, còlta nei suoi aspetti più intimi e inconoscibili, fatto di sensazioni sottili e impercettibili. La scena finale, in cui la bambina lecca la neve, riporta a sapori infantili, a gioie nascoste, come quello appunto così consueto e tragressivo come assaporare la gelida neve. Un finale, come dice il regista, pieno di luce e di stupore, e per questo diverso dal finale degli altri suoi film. In L'Aria Serena dell'Ovest, i personaggi incontratisi sulla scia di un fatto anche lì apparentemente casuale, si perdono e rinunciano alla possibilità di una vita più gioiosa e più sincera e si richiudono nelle loro gabbie fatte di profitti e convenzioni. Qui accade esattamente il contrario. I personaggi, sempre tra i 30 e i 40 anni, che sembra rappresentare l'età della crisi, in quel caso superavano la crisi ritornando, sconfitti, secondo la lettura che lo stesso regista ci dà, alle loro certezze, fittizie, ma volutamente inattaccabili. In questo film la scelta è proprio quella di restare in equilibrio, un equilibrio anch'esso fittizio, ma potenzialmente più produttivo, più coraggioso e incoraggiante rispetto a una vita diversa, meno schematica, con tutte le soluzioni razionalmente a portata di mano.

E come ogni film che si rispetti anche questo film non propone soluzioni ma solo domande, quelle domande che tante persone tante volte non si pongono, restando seduti sulle loro comode poltrone. Non sarà così per gli spettatori di questo film che, se sono degli "acrobati", piangeranno e rideranno insieme alle protagoniste, altrimenti semplicemente potranno prestare uno sguardo più comprensivo nei confronti di chi è diverso da loro, di quel mondo fatto di incertezze e inquietudini che a loro, normalmente, neanche li sfiora. D'altronde il film non è stato fatto pensando strettamente a che tipo di pubblico andrà a vederlo, ma seguendo un impulso, una sensibilità, forse dei segnali, che hanno portato gli autori a parlare di due personaggi femminili, anzi quattro, lasciando totalmente in secodno piano quelli maschili, ma non per questo il pubblico dovrà necessariamente essere femminile, e a parlare di un nord e un sud che si trovano a confronto, senza preoccuparsi di cadere nei clichés della rappresentazione per cui un qualche settentrionale o meridionale si possano infastidire. E il rapporto tra nord e sud è una cosa che comunque premeva raccontare al regista, due realtà così diverse, culturalmente, geograficamente, mentre i centri cittadini si assomigliano sempre di più, appiattiti come sono in schemi consumistici dove detta legge e impera la comunicazione di massa nel senso oramai più deteriorato del termine. E sebbene a casa di Maria a Taranto si veda un acquario vero, mentre in quella di Elena i pesci colorati che si vedono sono uno screen saver di un computer, e anche se Maria ha una vita familiare più affollata, mentre Elena è sola, il vuoto e la superficialità contro cui combattono è la stessa per entrambe. E solo andare a visitare tre statuette greche in un museo è una boccata d'aria fresca, un'emozione insospettata, che si annida nell'interno di un museo, sepolta da secoli di storia. Un mondo dove ritrovarsi, scambiarsi è diventato talmente raro e difficile, che non è affatto banale l'incontro tra queste due donne interpretate da due attrici sensibili e comunicative, una intensa Licia Maglietta (protagonista di diversi film di Mario Martone), e una rifiorita Valeria Golino che sembra essersi finalmente liberata di tanti schematismi e tanta notorietà per rientrare in un personaggio semplice e spontaneo che le dona particolarmente, in mano ad un regista che sa quello che vuole.

© 1997 reVision, Raffaella Mastroiacovo