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The Acid House1h 52'
Regia: Paul McGuigan Come avviene per altre professioni, le fortune dei letterati son trasportate
dai venti più vari. Una buona brezza sostiene ora Irvine Welsh, pittore
degli sconvolgimenti di Scozia, al quale la riduzione cinematografica di
Trainspotting ha portato fama e recupero di opere precedentemente passate
sotto silenzio. In contemporanea con l'uscita del suo "Il Lercio", trova la
luce questo The Acid House, compimento di un vecchio progetto in parte
pensato per la televisione. Un film dove l'impronta di Welsh è molto più
decisa che non in Trainspotting, anche a livello di scrittura, pur se la
regia è affidata all'esordiente McGuigan. Non risparmia nulla al crudo
realismo dell'esplicazione, Welsh, con quel suo spirito grottesco che tanto
ricorda i Monthy Pyhton, ed il gusto per l'estremo, per l'analisi delle
deformazioni che sostanze di vario genere, o la semplice esistenza in vita
nei suburbi di Edimburgo possono provocare. Capita così che qualcuno si
trasformi in una mosca, che Dio si manifesti nei panni di un bevitore
annoiato di birra, che un marito si faccia umiliare all'estremo dalla
consorte. Che i preti distribuiscano la Santa Comunione con francobolli
lisergici, o che un uomo si trasferisca nel corpicino di un neonato, e
viceversa.
La base di partenza è una raccolta di racconti, e come una
raccolta di racconti è strutturato il film. Che alterna un pizzico di
bunuelismo all'acidità più assoluta, cercando di annichilire la realtà sotto
una montagna di visioni, che lascino emergere un solo dubbio nello
spettatore. Ma, vuoi per l'aspetto posticcio della giustapposizione, per la
scarsità di veri legami (che non siano le gradazioni sempre elevate dell'
alterazione mentale dei protagonisti) tra gli episodi, per il sovraccarico
di stimoli extra-sensoriali, The Acid House perde in lucidità, come una
compagine calcistica che s'illumini di invenzioni solistiche, più che di un
vero gioco di squadra. Ewen Bremner è assolutamente imperdibile nell'ultimo episodio, quando sulla scia di un improbabile terzo remake di Da Grande sbavucchia come un vero bebè, mentre il suo contraltare, il neonato vero, rassomiglia in modo impressionante al baby virtuale del video dei Chemical Brothers. Impagabili alcuni momenti dello spaccato familiare della seconda tranche, che segue la catena periferie-birra-tradimento-umiliazione. Ma una vera ratio complessiva non s'intravede. Per eccesso di zelo nel tentativo di rappresentare la fine di una sana e corretta percezione, tutto si stempera. Si finisce per rimpiangere allora quel pizzico (e un pizzico assolutamente non era, ad onta dei tanti detrattori di Una Vita Esagerata) di talento cinematografico che ha consentito a Danny Boyle di rendere Trainspotting un buon film, fedele alla pagina scritta ma anche omogeneo nei suoi dispositivi visuali. L'azione di una colonna sonora fascinosa non basta a sorreggere i vuoti che si aprono qua e là. Con una morale. Un trip, se è buono, è allora anche irrappresentabile. © 1999 reVision, Riccardo Ventrella |
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