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L'Acchiappasogni

Dreamcatcher - 2h 16'

Regia: Lawrence Kasdan



L'Acchiappasogni è il grande freddo dell'horror americano, fin da subito, a partire dai titoli di testa, con i loghi Warner Bros. e Village Roadshow ricoperti di neve e ghiaccio, mentre il faro della Castle Rock Entertainment che getta la sua luce intermittente in mezzo alla bufera è presagio di un film discontinuo, un horror sontuosamente sgangherato come un western di Nicholas Ray. Horror sognato che si muove alla cieca on dangerous ground nelle foreste innevate del Maine, divenendo paradossale fino ai limiti del delirio narrativo, con ricordi e rimosso che hanno la stessa pregnanza e consistenza dei corpi divorati da parassiti alieni. Alla base vi è la sfida di dover distillare le oltre 600 pagine del best-seller firmato Stephen King in un film di poco più di due ore. D'altra parte, osserva Kasdan, una delle cose che King sa fare bene è trovare metafore interessanti, bizzarre, che incarnino le nostre paure più profonde: "L'Acchiappasogni parla di come controllare la paura del caos che c'è fuori, o da qualche parte nell'universo, fuori nel buio, o dentro di te". E' la storia che Kasdan stava cercando da tempo per realizzare il suo desiderio: traslare i temi del suo cinema in un contesto fanta-horror ricco di effetti speciali.

Sceneggiatore di grande talento per altri (I Predatori Dell'Arca Perduta, L'Impero Colpisce Ancora, Il Ritorno Dello Jedi,) e per se stesso (Brivido Caldo, Il Grande Freddo), Kasdan è stato affiancato nello script da un mostro sacro di Hollywood, William Goldman (oscar per Butch Cassidy e Tutti Gli Uomini Del Presidente) che aveva già adattato due romanzi di King, Misery Non Deve Morire e Cuori In Atlantide, sempre per Castle Rock. Il lavoro sporco è stato realizzato da Goldman a colpi di cesoia. Ne è emerso un plot che con la sua sventatezza coglie spesso di sorpresa lo spettatore, alimentando un insolito spaesamento. I meccanismi narrativi vivono del non detto (o meglio di ciò che è stato eliminato in fase di sceneggiatura), e come tali risultano a volte addirittura imprevedibili, ma sempre arbitrari, e acquistano senso solo di fronte a quella "zona morta" che si apre come un baratro - vero, forse unico, momento destabilizzante - quando Jonesy, uno dei protagonisti, è investito da un'auto (pregnante elemento autobiografico dell'autore King). A partire da quel "buco nero" il film non è più lo stesso, rimanendo continuamente impigliato in una rete di rimandi e citazioni cinematografiche (L'Invasione Degli Ultracorpi, Alien) e narrative (l'opera omnia di King), dando vita a un susseguirsi di spunti narrativi e soluzioni visive difformi - alcune buone e ben elaborate, altre rozzamente abbozzate, ma tutte alla fin fine capricciose - spesso difficili da metabolizzare se non si conosce l'opera e il mondo dello scrittore del Maine.

Lavorando sull'adattamento di Goldman, Kasdan ha scritto, come suo solito, il final shooting script, lasciando che i personaggi evolvessero dinanzi alla m.d.p. cogliendone i lati sfuggenti e cesellando direttamente sul set momenti di realismo: non solo visivamente grazie ad un modo di riprendere "per caso" realizzato (con il direttore della fotografia John Seale, quello di Witness e Il Paziente Inglese) distribuendo macchine da presa ad ogni angolo, ma anche da un punto di vista narrativo cogliendo aspetti diversi, orrorifici comici e drammatici, nella stessa sequenza. Il risultato di questa sgranatura dal romanzo al lavoro sul set è una materia che presenta una contestura porosa, spugnosa o se vogliamo erosa, mostrando degli imbarazzanti vuoti (di senso, di tensione) ma sempre come una caverna nella caverna: ogni elemento, per quanto piccolo, contiene un mondo, poiché è percorso da passaggi irregolari, circondato e penetrato da un fluido narrativo sempre più sottile. Le bizzarrie e le incongruenze oltre ad essere il risultato della difficoltà di condensazione nel passaggio dalla pagina allo schermo nascono dalla scelta di Kasdan e Goldman di dare al film una moralità soffusa nel bilanciare la battaglia del bene verso il male. L'alchimia non è completamente riuscita sebbene Kasdan non sia poi così lontano da Howard Hawks, "l'unico regista americano - scrive Jacques Rivette - che sa come trarre una morale", dove moralità non è adesione a certe regole sociali o etiche, ma il modo in cui i personaggi si comportano l'uno verso l'altro.

Essenzialmente ci sono due film ne L'Acchiappasogni: quello di Kasdan (con i suoi temi, le relazioni tra i personaggi, l'amicizia, i problemi di lealtà e riscatto) e l'altro, tutto un bric-à-brac stravagante in stile fanta-trash-horror assolutamente estraneo all'opera del regista di Miami. Il film parte come un Thirtysomething venato di paranormale con quattro amici, Henry, Beaver, Pete e Jonesy, frustrati per il fatto di non riuscire a gestire quei poteri soprannaturali che gli sono stati misteriosamente donati (in un flashback mini-remake di Stand By Me). E legata a ciò l'insoddisfazione per non poter vivere da eroi come era accaduto loro vent'anni prima quando avevano ritrovato una bambina scomparsa da casa, ma soprattutto avevano salvato Duddits - un ragazzo ritardato, figura chiave del film, collante dell'amicizia dei quattro - e così facendo avevano cambiato per sempre il corso della loro vita. Ed ecco che improvvisamente il film diviene un invasion-movie, e troviamo i protagonisti alle prese con parassiti alieni, creature carnivore a forma di escremento, letteralmente evacuati da corpi umani gorgoglianti e flatulenti. Queste creature mostruose, rimandano il rimosso dell'orrore alla sua origine fisiologica e il fantastico cinematografico all'abusato, pigro e prosaico uso di archetipi narrativi (vengono alla mente certe cose di Frank Henenlotter, Larry Cohen, Brian Yuzna).

La cosa si complica quando un alieno prende possesso del corpo e della mente di Jonesy con l'intento di superare il cordone sanitario messo in piedi da una segretissima squadra di soldati chiamata Blue Unit, indipendente dall'esercito regolare. Lo scontro tra la forza di volontà di Jonesy e l'alieno, così come quello tra il folle colonnello Curtis, a caccia di alieni con la Blue Unit da venticinque anni, e il suo capo operazioni Owen, senza dimenticare la mente registica di Duddits, sono tutti aspetti che permettono a Kasdan, almeno nelle intenzioni, di adeguare la narrazione a processi mentali. In particolare la capacità di Jonesy di resistere alla possessione dell'alieno è legata al "magazzino della memoria". Come spiega Kasdan, l'idea cha sta dietro il magazzino della memoria è che tutti i ricordi e le esperienze di Jonesy sono stipati in quella che è essenzialmente una grande biblioteca con scaffali polverosi ricolmi di testi di canzoni, esperienze vissute, ed ogni altra sorta di ricordi. Si tratta di un concetto non facilmente trasportabile in un film. Kasdan non è Kubrick e il film traduce i processi in modo letterale visualizzando scenograficamente il magazzino della memoria grazie al lavoro dell'art director Jon Hutman. Modo elegante (quasi un bluff) adottato da Kasdan per risolvere un'equazione a n incognite: può trasportare i suoi temi ed i suoi personaggi prediletti in un contesto orrorifico con effetti speciali, solo mostrando in piena luce il non filmabile, rendendoli così assolutamente inverosimili.

Se dovessimo distinguere, come fa Truffaut, due tipi di registi, i cerebrali e gli istintivi, metteremmo senz'altro Larry Kasdan nel secondo gruppo. Lui che è da sempre un istintivo, che ha dalla sua la sincerità dello sguardo e la sensibilità della macchina da presa. Non è un grande tecnico, ma mira più che alla riuscita tradizionale e globale di un film, a dare a ciascuna inquadratura una certa qualità emozionale. Ma L'Acchiappasogni è fatto di emozioni latenti che si perdono nei passaggi tralasciati durante l'adattamento del romanzo. Impossibile, senza aver letto il libro, cogliere la profondità dei personaggi, comprendere la portata del magazzino mentale di Jonesy, o il sadismo di Curtis, e tanto meno il valore dell'acchiappasogni (oggetto rituale indiano in grado di filtrare i sogni, intrappolando quelli cattivi nella sua rete fino al mattino quando i raggi del sole sono in grado di distruggere gli incubi). Il film rimane comunque un interessante collage di elementi sci-fi e horror. Lettura del pensiero, infezione virulenta di parassiti extraterrestri, cospirazioni governative (con strizzate d'occhio alle attuali politiche preventive), space invaders, possessioni aliene e carpenteriane, e un bambino con capacità... messianiche, forniscono al film la pregnanza di otto stagioni di X-Files concentrate in poco più di due ore, il tutto triturato nei meccanismi di un bizzarro b-movie da 68 milioni di dollari (un po' troppi perché l'ingente disponibilità non impedisse in definitiva, per puro paradosso, la leggerezza un po' sbilenca tipica del cinema di serie B).

© 2003 reVision, Maurizio Giometti



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