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A Cavallo Della Tigre

1h 42'

Regia: Carlo Mazzacurati



La guardia giurata Guido (Fabrizio Bentivoglio) finge di farsi rapinare dalla sua ragazza Antonella (Paola Cortellesi), travestita da Babbo Natale. Lo scoprono, finisce in galera. A pochi giorni dalla libertà, i compagni di cella lo coinvolgono in una drammatica evasione... L’originale di questa storia è del 1961. Regia di Comencini, sceneggiatura di Age e Scarpelli e primo ruolo drammatico per Nino Manfredi. Tremendo insuccesso al botteghino, ma rivalutato negli anni come titolo di culto.
Mazzacurati (coadiuvato dallo sceneggiatore Bernini, allievo di Age) si conferma autore disuguale: pregevoli invenzioni si alternano a sequenze appena sbozzate. Di apprezzabile c’è la volontà di svincolarsi dal dominio della parola (radice inestirpabile della commedia all’italiana) e dunque dalla risaputa sequela di primi piani a raffica con battuta e controbattuta. Lo sbocciare della passione tra Antonella e Guido è praticamente un videoclip, sulle note di “Lei verrà” di Mango. La Cortellesi pronuncia la sua prima frase nella scena della visita in carcere (a un terzo del film!), mentre sua figlia addirittura non apre mai bocca: si ascolta soltanto la sua voce narrante nelle sequenze iniziali e finali. Emozionante tutta la prima parte, giocata sulla canonica struttura a flashback del noir e su repentini cambi di registro, dall’idillio sentimentale al dramma carcerario. Perfetta l’ingenuità spaesata e un po’ vile di Bentivoglio, e molto incisiva è la caratterizzazione dei due infidi compagni di cella: il marocchino Boubker Rafik e il turco Tuncel Kurtiz (attore prediletto di Ylmaz Guney, il più famoso regista turco contemporaneo). Ben tratteggiato il desiderio quasi onirico di rivalsa che guida i due protagonisti, l’ansia di redimere nello spazio di una veloce bravata tutta la propria congenita mediocrità: schema che richiama il precedente (e ben più riuscito) La Lingua Del Santo, come pure il bel “poliziesco” di Tavarelli Qui Non È Il Paradiso.

Tra i difetti, troppe insistenze su dettagli marginali: il calendario per il quale Antonella posa (e che involontariamente aiuterà la polizia a ricercarla) viene mostrato oltre ogni limite. Troppe soluzioni improbabili: il salto suicida dei due protagonisti da una scogliera è sufficiente per seminare un’intera squadra di polizia? O si tratta forse di una chiusa simbolica? Ma ciò che più sconcerta è la goffa svalutazione di due grandi talenti: Marco Messeri (immenso sprecatissimo caratterista), costretto in due sole scene senza verve e quasi senza mai essere inquadrato in volto; e Marco Paolini, umiliato a presenza accessoria e incomprensibile (ma cosa vuole, insomma? prima vorrebbe denunciare Guido, poi gli regala 40 milioni, e alla fine addirittura gli cede la sua donna senza batter ciglio).
Mazzacurati odia il mar morto di immagini nel quale sprofonda l’Italia di oggi, e deplora la sua Antonella tutta presa e persa in una pseudo-carriera di comparsate e calendari. Per questo le strade del suo cinema non portano mai a Roma, ma quasi sempre verso paesaggi “televisivamente” vergini come l’Est Europa (Il Toro, Vesna Va Veloce), nella speranza che esista ancora una terra promessa dove l’ideologia del telecomando non abbia attecchito. E l’inquadratura finale, con i nostri tre eroi a bordo di una chiatta piena di scogli diretta in Turchia, è la sua confessione più sincera: da questa Tele-Italia c’è solo da fuggire.

© 2003 reVision, Dante Albanesi



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