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A Casa Nostra1h 42'
Regia: Francesca Comencini Una cosa è certa: oggi più che mai è diventato difficile essere italiani. A vivificare l’orgoglio nazionale non bastano di
certo le calcistiche vittorie ai mondiali, né tantomeno gli amarcord nostalgici di cui le migliori stagioni del nostro cinema si fanno portatrici sane. Non c’è più
la speranza in un possibile nuovo "boom", quel fenomeno economico e sociale il cui lato oscuro fu immediatamente, ironicamente enunciato da autori come De Sica che
individuarono in Alberto Sordi l’interprete ideale. L’Italia che ci appartiene è un paese dissestato, dove una evidente crisi civile si riflette dentro i nuclei
familiari e in tutte le strutture delle comunità creando una instabilità dei rapporti sempre più evidente. "È come se non ci sentissimo più a casa nostra". Impossibile
non condividere la battuta di Valeria Golino in questo nuovo film di Francesca Comencini (sorella della più famosa Cristina e figlia di Luigi, oggi novantenne, autore
doc ancora troppo poco ricordato). A Casa Nostra è proprio il titolo della pellicola, che ha saputo creare qualche polemica, durante la prima edizione della Festa
del Cinema veltroniana, a causa del suo modo apodittico e tagliente di rappresentare Milano, metropoli più che da bere ormai bevuta, modello di un degrado morale
apparentemente senza ritorno, regno dei poteri economici forti dove la qualità di vita, unitamente ad ogni tipo di relazione, sembra maturarsi solo attraverso il denaro
e i suoi cortocircuiti.
Un percorso interessante quello di Francesca Comencini autrice, che comprende documentari di una certa importanza come Carlo Giuliani, Ragazzo e, tra i lungometraggi, quel Mi Piace Lavorare (Mobbing) che ci ha colpiti per la sua asciuttezza, nel descrivere i meccanismi alienanti del mondo lavorativo, di un precariato morale oltre che materiale capace di favorire solamente i rappresentanti della nuova ipocrisia. La Milano di A Casa Nostra è altrettanto angosciosa rispetto a quella dei poliziotteschi degli anni ’70, eppure dalla stessa distante anni luce e semmai malinconica come la città raccontata da Silvio Soldini in L’Aria Serena dell’Ovest. Utilizzando una struttura narrativa a tutto tondo la Comencini (che firma la sceneggiatura assieme a Franco Bernini) compone il suo puzzle corale descrivendo l’aspro nostro comune status quo con un piglio che rimanda al film premiato quest’anno con l’Oscar, l’americano Crash. La scrittura è elegante, molte notazioni non sono affatto banali e anche se certi legati drammaturgici risultano un po’ sfilacciati e certi sviluppi psicologici nei personaggi un po’ sbiaditi, questo racconto acido d’incomunicabilità e di desideri d’amore che stentano ad esprimersi appare convincente. Due sono i personaggi chiave della vicenda:
Ugo (Luca Zingaretti) è un disinibito banchiere di successo, a confronto con il capitano della Guardia di Finanza, Rita (Valeria Golino), donna forte e sensibile, che indaga
cocciutamente sugli illeciti accumuli di denaro e poteri. In questo microcosmo esemplare gravitano altri caratteri: c’è Elodie (Laura Chiatti), aspirante modella in ansia
per il suo bisogno di successo e per il suo amore clandestino con Ugo. La strada della ragazza s’incrocia con quella di Gerry (Luca Argentero), un magazziniere con cui trascorre
una fatale notte d’amore capace di far cambiare prospettiva al giovane fino a coinvolgerlo nel losco giro di affari gestito dal banchiere. Poi c’è Otello (un ottimo Giuseppe
Battiston), benzinaio con un passato da uxoricida innamorato di una bella e (naturalmente) triste prostituta rumena, Bianca (Cristina Suciu). E c’è un professore in pensione
(Teco Celio), che non bada a spese pur di mantenere alto il tenore di vita familiare finché, oberato dalle tasse (ogni riferimento al ministro Padoa Schioppa è puramente casuale),
riesce ad aggirare l’ostacolo vendendo ad un antiquario una rarissima edizione originale di Alexandre Dumas. I protagonisti si ritroveranno ad incrociare sul finale l’ambiguo
Presidente (inquietante e persistente presenza durante il film) impersonato da Bebo Storti a tentare un difficile giro di vite.
In realtà, la pellicola ci parla di identità allo sbando, vittime come carnefici e viceversa, tutte prede di un contesto fatiscente dove l’unica regola sembra essere l’affermazione di un cinismo senza più oggetto. Il degrado riguarda tutti gli stati della società, anche se la regista indugia, come ha di recente fatto Tornatore per il suo ultimo La Sconosciuta, a descrivere il sordido giro del commercio di corpi e anime per alimentare la prostituzione e i suoi profitti: il personaggio di Zingaretti vuole riconoscere per impossessarsene il figlio della prostituta Bianca, mostrando il lato ferocemente punitivo di una condizione che non appare cambiata dai tempi in cui Carlo Lizzani girò la sua inchiesta milanese Storie di Vita e Malavita (Racket nella Prostituzione Minorile). I chiaroscuri della coscienza inquieta lasciano intravedere i loro contorni non solamente quando si tratta di affermare quel che rimane dei desideri e delle naturali pulsioni umane: se Ugo mostra qualche cedimento di fronte alla prospettata assenza di un figlio, la sua antagonista Rita, privata di maternità a causa del diniego del fidanzato, decide di votarsi alla missione di donna di legge, in un estremo tentativo di dare un senso alla propria vita. All’immagine (sempre emozionante) della nascita di un bambino, la Comencini contrappone l’evento della morte di Bianca, schiacciata dalle regole del gioco in una metropoli dove sembra non albergare più ogni forma di pietas. Sono contrasti, questi, assecondati dal bel lavoro compiuto, per la fotografia, da Luca Bigazzi che riserva agli interni una tonalità calda (persino nell’ospedale dalle pareti bianche, dove si sciolgono alcuni nodi della vicenda), raffreddando invece iperrealisticamente la rappresentazione degli esterni, teatro della disumanizzazione incombente. Non è poco per un film minimalista che tende a darsi una consistenza allegorica, con l’intenzione – assolutamente encomiabile – di spiazzare lo spettatore, d’indurlo a non riconoscersi in quel che vede (esattamente il contrario di ciò che fanno le buoniste soap opere nostrane) per costringerlo poi a prendere coscienza, attraverso un sano meccanismo di straniamento, che quella rappresentata è proprio la nostra Italia così come vorremmo che non fosse: una terra dove non si può più dire, come in un memorabile film del vecchio Comencini, Tutti a Casa perché non ne vale più la pena. © 2006 reVision, Francesco Puma |
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