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ABC Africa1h 24'
Regia: Abbas Kiarostami Un milione e seicentomila: sono i bambini orfani in Uganda a causa dell’AIDS. Manifesto di quest’immane
tragedia, ABC Africa è un’esperienza situazionista: una scrittura che non racconta il suo soggetto ma si fonde con esso, subendo i
suoi tempi e le sue evoluzioni, scartando l’analisi per cedere il passo alla vita, ad una trasparente “comunione” con il reale. Pochissime
le interviste, sempre brevi e fulminanti. Molte le situazioni ottico-sonore “pure”, dove le due telecamere digitali si muovono e si accavallano
con controllata casualità, inebriate dalle performance che esse stesse contribuiscono a creare. Una scolaresca, riunita attorno a un
albero e una lavagna, ripete i numeri in inglese. Tre musicisti su uno strumento in legno estenuano all’infinito lo stesso ritmo. Donne
dai vestiti sgargianti in un’allegra sfida a “pallamano”, per festeggiare la nascita di un fondo comune di sussistenza alle famiglie bisognose
(sullo stesso tema anche due bei documentari italiani: 27 Dollari di Giorgio Garini e Per Non Restare A Braccia Conserte di
Elisa Mereghetti). Sequenze che, prima di esaminare o dedurre, comunicano un “esistere insieme”, una solidarietà fisica e quasi tattile,
che però non scade mai nel patetismo stile “We are the world” o nei cosmopolitismi da “United Colors of Benetton”.
Lo sguardo di Kiarostami è sempre pronto a perdersi di fronte all’improvvisazione del vero. Un piano-sequenza scorre tra i bambini festosi di una strada: d’un tratto parte uno zoom che si infila dentro un vicolo polveroso, per agguantare la sagoma sfuggente di una ragazza che trasporta un casco di banane, e un attimo dopo sparisce dietro il muro. Una bambina (ha indosso una maglietta con scritto ABC Africa) vaga tra i tavoli di un lussuoso ristorante, senza riconoscere nessuno, come smarrita in un altro pianeta: è stata appena adottata da una coppia austriaca, e il film chiude sul suo volto addormentato, mentre l’aereo che la porta alla sua nuova casa vola sopra le nuvole. Resterà nella storia del cinema documentario la visita all’ospedale dei bambini malati di AIDS. All’ingresso, il poster del viaggio del Papa
in Uganda nel ‘93. Alcuni opuscoli della chiesa cattolica alla parete: “Stay a Virgin”. Abbandonata sul pavimento, quasi nascosta tra due letti,
una bambina malridotta mangia qualcosa in una ciotola. Un’infermiera ride, sfuggendo all’obiettivo. In una stanza, un’altra infermiera
sta avvolgendo un minuscolo cadavere in un panno bianco; taglia a pezzi uno scatolone, lo piega sapiente (lo ha fatto chissà quante altre volte)
e vi sistema il corpicino. Poi un uomo (il padre?) assicura la bara di cartone sul retro della sua bicicletta e si allontana. Sulla strada,
un cartellone gigante pubblicizza la marca di un contraccettivo: la foto di due giovani in costume da bagno è stata coperta da una plastica scura.
Kiarostami è tra i pochissimi autori contemporanei (con Lars Von Trier, Greenaway, Lynch) a esplorare i confini estremi del Cinema, a cogliere interstizi dove il neorealismo e Kenneth Anger diventano la stessa cosa: ne è un esempio l’incredibile e lunghissima sequenza notturna nella quale il regista e l’assistente restano al buio e iniziano a vagare tra i corridoi del loro albergo. Interi minuti di schermo completamente nero. Solo rumori e voci: “Non mi abituerei a vivere così neanche per cinque minuti.” “Non sappiamo abituarci proprio perché si tratta di cinque minuti. Ma ci abitueremmo se durasse per cinque anni, o cinquant’anni.” “La cosa straordinaria è che alla fine gli esseri umani si abituano a tutto.” Il regista rientra nella sua stanza, inquadra la finestra. Piove, un lampo improvviso rischiara l’immagine: un albero dalle foglie tremolanti. Solo per un istante. Poi di nuovo nero. Il grande cinema è un barlume di luce in un mondo che preferisce le tenebre. Dell’ingiustizia, della disinformazione. ABC Africa è un’immensa lezione, un nuovo alfabeto per il cinema documentario. Soprattutto per quello italiano, malato di microfoni e giornalisti, bisognoso di immagini e di cinema. © 2001 reVision, Dante Albanesi |
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