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L'Abbuffata1h 46'
Regia: Mimmo Calopresti Non v’è dubbio che Mimmo Calopresti "preferisca il rumore del mare". E non è solo per
parafrasare il titolo di un suo film che lo diciamo, e nemmeno per ricordare l’ispirazione di allora ai versi del grande Dino
Campana, poeta originario della Calabria, uomo del Sud, dunque, come il nostro regista. Il fatto è che coloro per i quali il
mare esibisce un fascino speciale, sono solitamente condotti, ascoltando il suo rumore, ad osservarne la superficie per pensare
intensamente la sua profondità: la visione estatica, allora, si trasforma in riflessione penetrante sul significato delle cose
e del loro divenire. Per alcuni di questi "ascoltatori", insomma, il mare è la Storia dei loro contemporanei. In questo suo
L’Abbuffata, incursione ironica ma severa sul fare cinema qui ed ora, Calopresti ricorre ancora una volta alla metafora
del mare. Una metafora utile a connetterlo all’esperienza di Marco Ferreri (chi non ricorda le sue spiagge che aprivano lo
sguardo all’orizzonte marino della contemporaneità?), qui suo gigantesco ispiratore (e non solo per il titolo che richiama il
mito de La Grande Bouffe): e allora citiamo pure, l’indipendente per eccellenza che seppe regalarci alcune perle di un
cinema controcorrente quando non rivoluzionario, durante i lontani anni Settanta che tutti rimpiangiamo. A sigillo di questo
richiamo, troviamo in questo film Gérard Depardieu, che di Ferreri fu icona, come presenza emblematica, e tanto basti.Così, dopo il toccante documentario sulla Shoah, Volevo Solo Vivere, Calopresti ha girato il suo omaggio al persistente desiderio di fare film (nonostante tutto), utilizzando la sottile stoffa della memoria autobiografica di emigrante spinto, a suo tempo dal proprio talento, al Nord, ed utilizzando la carismatica presenza di Valeria Bruni Tedeschi che è stata sua compagna di vita. Teatro del racconto è Diamante, un paese che costeggia il Tirreno, dove anche in pieno inverno si possono godere splendide
giornate di sole, un tepore malinconico che sembra alludere ad una calma solo apparente. A percepire il fuoco sotto le braci
troviamo Enza (Donatella Finocchiaro), sconsolata proprietaria del bar del paese, che preferisce ai colori del giorno quelli,
più misteriosi, della sera, portatori di fremiti sentimentali. Sulle motivazioni della sua tristezza non ci soffermiamo più
di tanto, per non svelarne il sapore. Ad animare i monotoni giorni del paese, ecco i protagonisti: Gabriele (Paolo Briguglia),
Marco (Lorenzo Di Ciaccia) e Nicola (Lele Nucera), che animano la loro passione per il cinema intestardendosi a realizzare un
loro progetto. Così gli abitanti del paese sono sottoposti ai loro provini: si cerca l’attore protagonista, che sappia parlare
correttamente l’inglese dato che deve interpretare un emigrante che dall’America ritorna al Sud ritrovando così l’amore perduto
in gioventù. I tre aspiranti si affidano a Neri (il bravo Diego Abatantuono), un regista in crisi d’idee che si rifugia in
un’ostinata solitudine, che ama contemplare l’azzurro del paesaggio, che ascolta solo se stesso e snobba orgogliosamente gli
altri, immerso nei suoi provinciali amarcord sul cinema di una volta, facendo proiettare in piazza preferibilmente un Fellini
(così scorgiamo i titoli di 8 e ½ e un frammento dell’apparizione di Anna Magnani che chiude degnamente Roma).
Il personaggio di Abatantuono richiama alla mente quello interpretato da Sergio Castellitto nello splendido Il
Regista di Matrimoni di Bellocchio, dove lo scenario della Sicilia fungeva da rifugio ad un cineasta stanco del proprio
mestiere, ossessionato da "I Promessi Sposi" e dalla mancanza d’ispirazione. Neri è pure amico di un attore famoso, Francesco
(lo stesso Calopresti), venuto a soccorrerlo dall’intollerabile (ed intollerante) torpore creativo. Spinti dall’urgenza, i tre
neofiti, accompagnati dalla sorella di uno di loro, Elena (Elena Bouryka), decidono allora di recarsi a Roma in cerca di fortuna,
e seguono Francesco, ansiosi di trovare l’attore ispiratore. Il loro arrivo nella capitale e il conseguente effetto di spaesamento
li riduce a novelli Totò e Peppino nella metropoli della Malafemmina. Qui lo sguardo di Calopresti si fa più disincantato,
quando prende a descrivere, con crescente amarezza, il seppellimento dell’età cinematografica e l’affiorare del Moloch televisivo,
il cui simbolo è la trasfigurata Cinecittà che sembra aver dimenticato i fasti felliniani, mentre impera la produzione dei
Reality Show ad alimentare un mercato sempre più schizofrenico. Ed ecco uno di questi show, dipinti da Calopresti, dove emerge
la falsità di quel vero, con la conduzione di un autoironico Steve Della Casa nei panni di un critico televisivo elaboratore
del Nulla che avanza. Lo stesso personaggio incarnato da Calopresti è un attore impaurito dalla propria incipiente maturità,
costretto all’analisi per una storia finita, ma disposto ad approfittare del sorriso innocente di Elena al punto da volerci
provare. Nel corso del solito party mondano, dove naturalmente ci si fa in quattro per divertirsi con scarsi risultati e che
invece è un ritrovo di solitudini allo sbando, i nostri Gabriele, Marco e Nicola fanno la conoscenza di Amélie (Valeria Bruni
Tedeschi), che, nella finzione, è la fidanzata del grandattore Depardieu. Ma l’entusiasmante illusione, derivati dal fortuito
incontro, lascia presto spazio all’amarezza e al conseguente ritorno al paese con le pive nel sacco. Ma ecco, giungere a sorpresa
la telefonata proprio del magnifico Gérard intenzionato, bontà sua, a partecipare al sospirato film. I tre predispongono per
lui un’indimenticabile cena luculliana, culmine di una cerimonia d’accoglienza che trova i suoi anfitrioni in piccoli personaggi
di provincia, come quello del Professore impersonato da Nino Frassica. Naturalmente a fare da colonna sonora all’evento e alla
tavolata non mancherà la banda locale, buona a vivacizzare la quiete delle viuzze.
Tutto si svolge secondo le buone intenzioni e come da titolo fino a quando, però, avviene l’imprevedibile colpo di scena, con
un Depardieu saziato che muore d’infarto, come la comparsa crocifissa dell’indimenticabile Ricotta di Pasolini. Ma se
l’ultima visione di Stracci è la Madonna (seppure per interposta persona) al grandattore di Calopresti tocca schiattare di
fronte alla tv che trasmette prima Silvio Berlusconi e poi Bruno Vespa. E’ un segno implacabile della furia dei tempi e della
loro volgarità, dell’ovvio ottusamente profuso, del cul de sac dell’immaginario presente: il tutto in forma d’ironico sberleffo.Sia pure con sofisticata levità, L’Abbuffata ci ammonisce che, a guardarsi intorno con sincerità, c’è davvero poco da ridere: insieme al cinema sembra che stia crepando pure il mondo, depredato dai suoi mercanti e agrimensori ipocriti e volgari, devastato dal cinismo che non lascia spazio – ma questa non è una novità – alle utopie ingenue dei Candide di turno. Calopresti si guarda allo specchio per raccontarci la società che ha vissuto e che continua a vivere. Non si vergogna ad ammonirci, con sorvegliata foga da moralista, e ad esibire i dubbi su uno stato delle cose incerto, anzi certissimo: e se la crisi che ci travolge fosse dovuta ad una generale assenza di talento, e se il maledetto trash televisivo e culturale e politico che ci ammorba fosse il frutto di una mediocrità esistenziale ed emotiva di cui ognuno di noi è preda? Seguendo d’istinto la geniale parabola di L’Udienza, capolavoro ferrariano, il regista di L’Abbuffata ci pone di fronte i suoi ostinati, ingenui personaggi a confronto con la ferocia dei Poteri trasparenti ed implacabili: lo fa per costringere lo spettatore a domandarsi fino a che punto, oggi come oggi, sia buono e giusto rimanere prigionieri di un’utopia. Ma a Calopresti piace ascoltare il rumore del cinema e, così, nel disegnare l’universo scoppiato del mercatone televisivo, coi suoi nuovi mostri romani, si rifà all’intenzionalità grottesca del Ginger e Fred felliniano, evidenziando tutto quello che va disprezzato dell’attuale degenerazione mediatica. Questo perché la superficie, sia pure inquinata, dei tempi presenti lasci intravedere le sue profondità rivelatorie, le cause di questo comune sfacelo. Commedia all’italiana? Forse. Ma soprattutto quel che rimane del cinema e della sua utilità, dopo tante, troppe, inutili abbuffate. Un "rimanente" che Calopresti, con intelligenza e misura, girando in pellicola e in digitale da resistente sperimentatore, sa far ben emergere dalle onde di quel mare dove siamo tutti naufragati. © 2007 reVision, Francesco Puma |
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