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I Giorni dell'Abbandono

1h 36'

Regia: Roberto Faenza



La poetica dell'abbandono al tempo della frantumazione delle convenzioni affettive e dell'instabilità dei sentimenti. Un film complesso e aspro, opera di un regista votato alla traduzione dalla pagina alla celluloide, mutuato da un romanzo stilisticamente composito di Elena Ferrante (pseudonimo, sembrerebbe, di Domenico Starnone), stessa autrice de "L'amore molesto", firmato, per il grande schermo, da Mario Martone. E un'attrice imprigionata nella gabbia delle sue nevrosi, talmente immedesimata nella personificazione della donna che vive nell'ombra rassicurante di un uomo da eliminare ogni filtro tra sé e il suo alter ego cinematografico.
Dunque, Roberto Faenza, dopo Jona che Visse nella Balena, Sostiene Pereira e Marianna Ucrìa, scava ancora in un originale letterario che lo porta, stavolta, ad affrontare le reazioni di una donna nei confronti di un evento traumatico come l'abbandono.
Un'appagata signora borghese (Margherita Buy) viene lasciata senza avviso dal marito (Luca Zingaretti), precipitando, così, in un orrido infernale di umiliazione, impotenza e dolore ai limiti della follia. Fa male e fa anche rabbia la sua totale crisi, la perdita arresa di autostima e sicurezza, l'ostilità di un quotidiano che le si ritorce contro e la conduce nella notte dei sentimenti. Ecco, allora, la solitudine nonostante due figli, una bella casa e la forza d'animo di un passato napoletano. Solo dopo aver indugiato sul fondo, a lungo, lentamente, quasi con compiacimento autodistruttivo, l'istinto di sopravvivenza lascia intravedere una prospettiva di recupero, dapprima vissuta con diffidenza quindi con paura di un nuovo fallimento e, infine, scelta come motivo di resurrezione.

Stride il fatto che un film che si presenta come profonda indagine della natura femminile tenda, poi, così marcatamente, a dare ai caratteri maschili della storia il ruolo di deus ex machina della caduta e della riscossa. Un uomo, infatti, è il simbolo della rovina e un altro uomo è l'inaspettata ancora di salvezza di una donna perpetuamente in balia dell'altrui volontà. Al di là della presenza nelle inquadrature, dunque, i veri burattinai delle emozioni della protagonista sono un marito che perde la testa per una donna giovane voltando le spalle alla famiglia e un musicista solitario (Goran Bregovic, artista di fama internazionale, prezioso collaboratore di Emir Kusturica) che, solo in quanto amante, è capace di restituire a una creatura mutilata la sua femminilità.
Il risultato è modesto e si accontenta di sfiorare appena un tema centrale così difficile come le conseguenze dell'abbandono sulla psiche di un essere umano fragile, dipendente e molto debole. Il film, che parte in crescendo, inciampa presto nei limiti di una ripetitività estenuante e si perde in artificiose varianti sul tema dell'amore e del rifiuto che non lo lasciano decollare mai, nonostante un'indiscussa fluidità narrativa. Nessun aiuto giunge, del resto, nemmeno dalla dimensione in cui la vicenda si dipana: quella claustrofobica di un appartamento di città divenuto improvvisamente gelido, sullo sfondo una Torino estranea, resa con mestiere dalle immagini di Roberto Calvesi.
La pellicola vorrebbe, sulla carta, scombinare le variabili e affondare lo stiletto nella piaga ma si limita a servire in modo trasparente l'interpretazione di Margherita Buy, intensa e brava, certo, ma sempre uguale a se stessa, e a sfruttare il grande appeal di Luca Zingaretti, che cerca di scrollarsi di dosso l'immagine del commissario Montalbano scegliendo questo personaggio scostante e indifferente.
La scrittura, cui il regista ha lavorato insieme a diversi co-sceneggiatori, semplifica necessariamente la materia letteraria privandola, forse troppo, del nerbo che aveva fatto la fortuna del libro e pennella con superficialità le giustificazioni psicologiche che avrebbero dato un senso agli inserti visionari e alle allucinazioni della protagonista. E le pregevoli musiche composte dallo stesso Bregovic, che sanno riempire i vuoti d'atmosfera, non possono, da sole, dare vita alle belle immagini che scorrono, senza cuore, sul grande schermo.

© 2005 reVision, Elisa Schianchi