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8 Mile

1h 51'

Regia: Curtis Hanson



8 Mile è fatto di cemento, ferro, asfalto e fuoco. Di microfoni, cuffie, dischi, giubbotti, foglietti stropicciati sui quali le parole si accavallano come onde in tempesta. Di case diroccate, roulotte arrugginite e motori rantolanti. Suburbano e affranto come negli ultimi anni è stato solo Training Day. Ruvido come la scena di sesso che si consuma in un angolo della fabbrica, con il fiato e i rantoli dei due amanti che si mescolano ai sordi schianti delle presse.
E tra le righe emerge un inaspettato parallelo: quello tra linguaggio rap e romanzo cavalleresco. La gara tra rapper come versione aggiornata di una tenzone tra cavalieri medievali. Febbrile ciclo di duelli ed eliminazioni, di fronte a un pubblico esaltato dalla sfida e da un odio che è al tempo stesso reale e codificato, vivo e ritualizzato. Mille minacce e zero sangue. Solo saliva sputata sui microfoni. Un microcosmo cresciuto su un'intricatissima rete di simboli e sottintesi. Dove Willie Nelson è il Male, l'abominevole emissario del country, il "suono bianco" del Texas razzista, di una campagna che non saprà mai quant'è umido il vicolo di una periferia. Dove il prefisso 313 (la Detroit dei sobborghi) è un motto d'appartenenza. Dove "Ci sto dentro" vuol dire "Tutto a posto", "Nazi" vuol dire "Bianco", "Bella" vuol dire "Ciao". La lingua con cui i reietti di una civiltà allontanano chi li ha allontanati. Semiologie private, nutrite di abiti, posture, suoni, colori, confini, da rispettare come una religione. Ma una religione ancora vergine, in fervida evoluzione. Ancora in cerca del suo dio. Dove ognuno può ancora diventare Dio.

In questo tessuto impermeabile, Hanson immette come un virus il corpo bianco di Eminem. Un po' attore, un po' se stesso, quasi intimidito dalla verità che sente di emanare. Un Orlando che ha perduto il senno e il senso del proprio destino. Un Achille che si ritira nella tenda dopo la prima umiliazione: essere rimasto muto di fronte alla folla. Ma ogni Achille è sempre figlio di una dea: Kim Basinger, il corpo più patinato degli anni '80. Reduce dalle nove settimane e mezzo e da un cinema-spot fatto di luci radenti musica erotismo da pubblicità. Perfetto emblema di una società che innalzava fabbriche e che dieci anni dopo le chiuse, creando i ghetti, le rivolte, il rap, e quindi Eminem. Mai ruolo di madre fu più azzeccato. Ma la storia che ospita questa sacra famiglia è lontanissima da quelle a cui madre e figlio erano avvezzi.
Stupendamente estraneo sia ai luccichii di Adrian Lyne che alle mitragliate del videoclip (nel quale il suo divo sembrava circoscritto), 8 Mile isola un frammento di mondo e lo universalizza, con un'asciuttezza di tono quasi neorealista. Come un documentario che si vergogna di fingersi racconto. Con una distensione narrativa orgogliosamente anti-blockbuster, anti-MTV. E mentre la critica italiana si sdilinquisce sugli ultimi non necessari manufatti di Muccino Calopresti Ozpetek, siamo costretti a prendere lezioni di sociologia del sottoproletariato dal primo Curtis Hanson che ci blocca sulla strada. E a prendere (cosa sempre bellissima) lezioni di cinema.

© 2003 reVision, Dante Albanesi



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