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8 Donne e Un Mistero8 Femmes - 1h 43'
Regia: François Ozon Continua nella filmografia di Ozon, in modo solenne e meraviglioso, la lotta
col fantasma, nella turbinosa dinamica di amare tradire (fiducia e tradimento).
Già in Les Amants Criminels, il furibondo scompenso del desiderio di fuga
aveva prodotto l’omicidio. In Sotto La Sabbia era direttamente la morte
a generare un fantasma, laddove la protagonista sprofondava nel gioco nevrotico
di attaccamento allo spettro del marito annegato, al corpo irreale, rifiutando
l’elaborazione del lutto, il definitivo tradimento che le consentisse di
rivivere. In Gocce D’Acqua Su Pietre Roventi il discorso si spostava
sulle relazioni erotiche. La fedeltà al partner, sostanzialmente impossibile,
si rivelava crudelmente insidiosa per un personaggio che nella sua dichiarata
debolezza preferiva l’annullamento del suicidio. In Otto Donne e Un Mistero
la dialettica fiducia-tradimento investe totalmente la famiglia. In una serie
molto simile a quella dei Tenenbaum, ma che Ozon guarda con maggiore
crudeltà, mentre l’ironia affiora solo nella danza e nel canto di ciascuna
protagonista.
C’è un vero e proprio sviluppo in relazione all’evoluzione di un caso poliziesco. In effetti si tratta di un’investigazione dell’anima, la messa in scena della polifonia sentimentale in una famiglia. Il moto di tradimento, come suggerisce nel suo bel libro Amare tradire Aldo Carotenuto, è "un passaggio - questo il suo significato etimologico - una consegna all’altro che sempre traduce una condizione di debolezza e in richiesta di aiuto, e che dunque sempre comporta il rischio della perdita, dell’abbandono. Ma per vivere con pienezza la propria esistenza è necessario questo passaggio nella morte, questo riconoscimento del limite, della finitezza, questo sapersi traditore e traditi". Ma Ozon ancora più crudamente lascia che lo svelamento di tali processi non porti a una conclusiva consapevolezza ed ipotesi di salvezza per qualcuno (o almeno solo per lo spettatore che guarda). Come se i giochi alla fine fossero svelati ma in concreto non producessero che la stessa morte simulata. Una morte che troviamo nei precedenti film citati, la quale non ci aiuta a risolvere alcun "caso", ma si perpetua come finzione e incessante messa in scena, la medesima che vede passare uno dopo l’altro i vari personaggi nelle loro individuali rivelazioni del sé (e la danza costituisce il climax di questa rivelazione). La tipologia del tradimento trova in Otto Donne uno
spazio originario. In primo luogo perché le donne rappresentano la figura di Origine
e Madre e anche perché i personaggi femminili sono rispettivamente autori di
otto finzioni differenti. Se la famiglia è il contesto primario in cui abbiamo
modo di sperimentare il tradimento, in quali forme si presenta tale contesto?
Forme nevrotiche indicanti con chiarezza una situazione psicologica vicina all’affermazione
del Vangelo di Matteo: "Inimici hominis domestici eius" ("Nemici dell’uomo
saranno i suoi familiari"). Le otto donne nell’ambiente familiare tentano
ostinatamente di costruirsi l’immagine di sé, ma questa immagine è sempre a
partire dal nucleo familiare, anzi ne è una diretta derivazione. Dice ancora
Carotenuto: "Nell’ambito della famiglia molto spesso si consolidano delle dinamiche
relazionali, in apparenza incomprensibili, che tuttavia si rivelano
assolutamente conseguenti sotto un profilo psicologico". Il comportamento di alcuni
personaggi è quello "negativo" di nascondere sé stessi dietro una facciata ed
in effetti il vissuto interiore ha una sua maschera pubblica che non corrisponde
alla autenticità del sé. Catherine Deneuve si abbraccia con Ardant in un bacio
lesbico che si rifà completamente all’opposto della sua superconvenzionalità
controllata e borghese. Le due figlie sono depresse dall’ansia di crescita, che
in Suzon è fuga all’esterno ma con il fantasma di un "falso incesto" e la
gravidanza, mentre in Catherine si produce un formale annichilimento del sé mai
riconosciuto dagli altri componenti della famiglia. Non a caso è proprio il
personaggio di Catherine, non immatura, ma totalmente matura per smascherare
tutti i giochi dei familiari, a far valere la propria forza individuale contro
il mondo esterno (una posizione eroica).
Le due cameriere simulano il patto di
fedeltà con la famiglia ma tendono ad appropriarsi di una vera appartenenza
solo attraverso il celato congiungimento carnale in grado di suggellare (forse
un’altra forma di incesto) il loro ossessivo desiderio. La madre (Danielle Darrieux)
rappresenta la totale sottomissione a un’idea di coppia che corrisponde solo a
uno spazio nevrotico, ma continua a perpetrare la scena affidandosi all’alcol
(addiction). Un’altra forma di dipendenza dal ruolo è quella di Augustine
(Isabelle Huppert), malata di cuore e quindi bisognosa di protezione e cure
"familiari", non è in grado di costruire una sua autonomia, la dipendenza
totale si trasforma nella grottesca pantomima (ribelle) di grande seduttrice e
star alla Rita Heyworth e infine nella dolorosa scoperta della finzione
multipla, quella della madre (ma lei in realtà faceva finta di non sapere) che
ha avvelenato il marito. E infine Pierrette (Fanny Ardant), ancora una
relazione "pericolosa" con il fratello che è diventata mania per gli uomini
(tentativo di sostituzione dell’affetto mancante) ed omosessualità e la
richiesta al fratello di denaro per non spezzare il legame con il suo vero
amante.Si tratta davvero di una mitologia necessaria (dove la figura maschile ha la funzione di oggetto), inevitabile, attraverso la quale tradire cioè passare verso una possibilità di salvezza o comunque verso l’opportunità di concreto transito. Il cinema di Ozon figura con forza brutale questi transiti, e chissà quanto anche in forma inconscia e subliminale, quando chiama attrici simbolo di generazioni diverse (dalla Darrieux, nata nel 1917, alla Sagnier del 1979! e passando per Deneuve, Ardant, Béart), vestendole di colori differenti, paragonandole a fiori, e facendo omaggio e riferimento al cinema del passato da Ophüls a Ozon passando ovviamente per Truffaut, "vederti al mio fianco è una gioia ma anche una sofferenza" è una frase contenuta anche in L’Ultimo Metrò e La Mia Droga Si Chiama Julie. © 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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