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La Dea Del '67The Goddess Of 1967 - 1h 58'
Regia: Clara Law Le prime immagini del film sono impregnate del miglior cinema di Hong Kong (Wong Kar-Wai), gli spazi filmati attraverso lenti
deformate frammentano la percezione cromatica. I colori sono eccessivi, corrispondono a stati d'animo ambigui, sospesi tra atmosfere
enigmatiche. L'appartamento a Tokyo di Jm è una cripta supertecnologica, i computer insieme alle teche contenenti decine di rettili.
Il cibo, alcuni topini tenuti in fresco, è offerto agli affamati serpenti con l'euforia del bambino che nutre gli amici, animali
domestici. Jm è un raffinato consumista e il suo impellente desiderio è comprare una preziosa, rara, francese, Citroën ds, l'auto
leggendaria che Roland Barthes in Mythologies ha definito semplicemente come l'auto piovuta dal cielo. In effetti, la mitica Citroën
vola, levita con un rombo sordo e soffice per le strade della sterminata Australia, negli spazi sconfinati dove è ambientato il racconto. In questo ennesimo road movie la protagonista femminile è la giovane cieca Bg - i nomi probabilmente creano un'assonanza con la sigla "ds" dell'automobile -; i suoi parenti si sono uccisi fra loro e i segni della carneficina sono impressi perfino sul soffitto dell'abitazione. I due giovani s'incontrano sul luogo del delitto, fuggono insieme, percorrono le strade del continente, mentre di tanto in tanto
affiorano le dolorose memorie del passato, anticipate dalle didascalie che segnano il tempo con precisione, marciano indietro: prima tre
anni poi cinque infine trent'anni prima, le stagioni dell'allegra psichedelia, la fine degli anni cinquanta in cui la fantastica Citroën
fu costruita. Soprannominata dea, l'automobile ha accompagnato la storia dell'umanità, ed in particolare la storia delle generazioni di
una famiglia australiana, nella quale si sono consumate terribili violenze, i rapporti incestuosi tra padre e figlia. La regista Clara Law immerge la descrizione in un discorso stilistico affatto originale caratterizzato dal gusto surreale delle inquadrature. La deriva immaginativa, migratoria, diventa anche un curioso percorso spazio temporale. Nell'epilogo, tuttavia, la ricostruzione dei quadri di vissuto insiste nel far combaciare i vari pezzi come se non si approntasse con più sensibile coraggio la parte ignota di semplice ricerca dello spazio filmico come misterioso cammino esistenziale. Più interessanti le sequenze libere, le silenziose panoramiche radenti alle superfici di una terra, la cui natura selvaggia e brutale emoziona immediatamente, anche senza l'intervento degli effetti digitali. © 2001 reVision, Andrea Caramanna |
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