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CinquePerDue5X2 Cinq Fois Deux - 1h 30'
Regia: François Ozon La frontalità dello sguardo nel cinema di Ozon è tra le più
dure prerogative del cinema contemporaneo. Pochi cineasti seguono questa
attitudine dello spogliamento, che poi è forse l'unico meccanismo di messa a nudo
di un reale, o di qualche concretezza, della stessa paura, angoscia della
materia corporea, organica, che si studia, si esamina nel suo profondo
riflesso. Gioco di specchi il cinema di Ozon lo è stato fin dall'inizio, dai
cortometraggi paradossali ed univoci fino ai primi lungometraggi Sitcom
e Les Amants Criminels, laddove la messa in scena era faticosamente al
contempo costruita e decostruita intorno al soggetto forte, iperbolico. Ozon ha
perfettamente compreso che le proiezioni analitiche della mdp diventano
incandescenti soltanto di fronte alla postura estrema del personaggio. Tipi
umani che sono comuni, perfino insignificanti come ruolo, ma glorificati da
corpi attoriali quanto mai esibizionisti. La spettacolarità del cinema di Ozon
è ambivalente, ambigua, perché il corpo divistico infine è giocato dalla
penetrazione di uno sguardo che lo rende marionetta, automa di un processo
perverso di sottrazione. Così mentre la sceneggiatura "ricama" le sue
tesi disponendo ad hoc i personaggi, la mdp impone alcune posizioni decisive
del corpo, o si tratta anche di peregrinazioni, passaggi sul corpo che rivelano
quel tourbillon di passioni indecidibili e misteriche.Il cinema di Ozon è lo sprofondamento totale dei sensi nell'unica verità del corpo: la sua incondizionata multicentricità pulsionale, libidica. Ed il cinema di Ozon tende ambiziosamente a catturare tali pluridimensioni dell'essere. Multiessenze d'anima e corpo, oggetti quasi assurdi per la cultura occidentale la quale non sa dare suggerimenti né per evoluzioni, crescite o semplicemente consapevolezze. Così mentre l'"altro" cinema si getta sulle protesi organiche, sulle performance virtuali (guardare per esempio la deformazione del noir in Collateral di Michael Mann, tutta giocata su una mutazione di corpi), Ozon enumera, cinque per due o due per cinque, situazioni convenzionali, il matrimonio come percorso evolutivo involutivo, e istituzione tra tante altre indifferente a ogni regolamentazione. Ogni passo non è frutto di qualche tesi precostituita, ma solo l'ineluttabile esserci delle cose esattamente così come sono. Questa fragilità dell'essere, anzi la sua insopportabile leggerezza è rappresentata, colta pornograficamente dal cinema di Ozon, nelle sue sfaccettature abituali, comuni e più insignificanti. Assolutamente crudele, cinico, impietoso, il cinema di Ozon
è una raffinata registrazione dell'invisibile e dell'indicibile di tutti i
giorni, dimensioni mimetizzate dall'ipocrisia spettacolare. Quando si dice che
Ozon è un ottimo direttore d'attori non si è capita a fondo la natura
problematica, complessa di questo rapporto con corpi che figurano la propria
delirante natura, velata appena da quella dei personaggi. Non a caso questi
ultimi come esseri viventi sono sostanzialmente identici, la diversità non
esiste oppure quando è percepita o desiderata come ideale etico morale naufraga
finanche nel suicidio come in Gocce d'Acqua su Pietre Roventi. La natura
umana può semplicemente adattarsi alla brutalità delle cose, come la Charlotte
Rampling in Sotto la Sabbia, che tenta vanamente di non vedere, di non
ascoltare le voci di un'assenza totale dell'essere (amato). Anche in questo
caso Ozon utilizza storie scarnificate per costruire dei simboli chiari di
Evanescenza dell'Essere. L'enumerazione ritorna come perimetro, percorso da
seguire per rimanere infine o all'inizio stupefatti, attoniti dall'immobile
perpetuarsi delle Cose. In questo senso il cinema di Ozon è sempre mortifero,
funereo, laddove celebra solo gli scarti, la sconfitta di una possibilità vincente
extra diegetica. L'unica strada percorribile è quella del dispositivo cinema,
la mdp rimasta unica scrutatrice avida, oscena (proprio perché fuori dalla
scena), sempre in grado di non invischiarsi nella ripresa. Un occhio voyeur o
almeno che si crede tale. Però con il sospetto che il mondo osservato sia
anch'esso un inganno beffardo di un'altra proiezione mimetizzata. Un occhio
dietro l'occhio che riprende, e in questo caso la scomposizione che si
sintetizza nell'inquadratura iniziale e finale. Nella prima i protagonisti
guardano verso la mdp, sono ripresi di fronte; nell'ultima sequenza sono
osservati di spalle mentre si allontanano verso il tramonto sul mare.
Quest'ultima inquadratura è l'inizio della storia, la seduta dinanzi l'avvocato
è la fine, ma i due momenti sono rovesciati nel montaggio del film. Non a caso
Ozon celebra la disfatta di un principio narrativo. In ogni segmento è
possibile individuare lo scacco dell'essere, l'impossibilità di una qualunque
utopia. Ogni segmento è quindi in sé perfetto, perché autonomo, non ha bisogno
di collegarsi ad altro o meglio quel che importa è cogliere il meccanismo dicorruzione insito nell'espressione di passioni e sentimenti. Lucidi inganni,
illusioni che si spaccano, e il film di Ozon è solo la tenuta in conto, il
cinque volte due o viceversa di una parte, di una piccola parte del Tutto.
© 2004 reVision, Andrea Caramanna |
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