
|
 The Yes Men 
1h 18' - Regia: Dan Ollman, Sarah Price e Chris Smith
Le Temps Qui Reste 
1h 21' - Regia: Francois Ozon
Tzameti – 13 
1h 33' - Regia: Gèla Babluani
A Soap 
1h 48' - Regia: Pernille Fischer Christensen
Tough Enough 
1h 38' - Regia: Detlev Buck
Il cinema di qualità ha bisogno di nuove iniziative e sigle per affrontare il consueto calo di spettatori della stagione estiva.
Così, sotto l’egida del buon Vieri Razzini (uno dei nostri critici più competenti di cui ricordiamo i bei cicli monografici della RAI che fu), è nato il marchio 5 pezzi
facili, ovvero cinque film diversi perché intelligenti e stimolanti, per gli spettatori restii ad arrendersi al vuoto vacanziero delle solite magre estati all’italiana.
Se qualcuno crede che il cinema non possa più essere utile ad offrire nuovi spunti di dibattito insieme ad emozioni non banali, avrà di che ricredersi. Già a partire da
quel filone in cui si sono cimentati alcuni registi, docu-film "no global" e politicamente "scorretti", genere assurto alla gloria del botteghino grazie a Michael Moore.
Se The Corporation stigmatizzava il controllo delle nostre vite ad opera della presente vertigine neo-capitalista che impone le
regole del profitto ad ogni costo, i registi Dan Ollman, Sarah Price e Chris Smith con The Yes Men mettono in scena l’economia mondiale in forma di farsa, con risvolti
però assai inquietanti. Dietro la sigla The Yes Men stanno Mike Bonanno e Andy Bichlbaum, due giovani professori membri di una associazione "no-global" che ha per l’appunto
quel nome. Su Internet i due gestiscono un sito attiguo a quello del WTO – World Trade Organization ovvero l’Organizzazione Mondiale del Commercio e in questo modo riescono
a ricevere delle informazioni preziose. Arrivano addirittura a spacciarsi per manager agguerriti del WTO e con gran coraggio tengono delle grottesche conferenze in giro per
il mondo enunciando assurdi progetti volti, ad esempio, a far firmare delle petizioni di rinuncia delle pensioni per far quadrare i conti dell’economia. Diffondono notizie
tendenziosamente false penetrando nei meeting repubblicani e si travestono carnevalescamente con buffi costumi dove campeggia, tra l’altro, un finto pene enorme dotato di
schermo per il controllo dei bilanci. Insomma, questi Yes Men ludici e cinici smascherano l’inquietante ipocrisia del potere della New Economy. Il film, che nel 2004 ha
ricevuto il Premio del Pubblico ad Amsterdam, colma un vuoto d’informazione, dimostrando quanto sia utile la nuova strada del cinema civile in un mondo che sembra aver perso
la ragione, governato da fanatismi e dal cinismo delle lobbies politiche e culturali. Certamente, di satira si tratta, sulla scia dello stile Michael Moore (che, peraltro,
si lascia intervistare dai tre registi), ma quando si ride, in questo caso, si ride a denti stretti, con un retrogusto molto amaro.
E l’amarezza assume toni intimamente luttuosi nel nuovo film di Francois Ozon, Le Temps Qui Reste, presentato a Cannes l’anno scorso nella sezione Un certain regard.
In questo secondo capitolo della "trilogia sul dolore" (iniziata con il bellissimo Sotto la Sabbia che ha riportato in auge la grande Charlotte
Rampling) Ozon ci parla di morte, di quella morte che coglie impreparati, sconvolgendo la normalità quotidiana, alterando le percezioni e minando le certezze acquisite. È la
dimensione del male inguaribile, di una malattia senza sbocco durante la quale sentire il tempo si trasforma in un esercizio di sensibilità necessaria, e ciò riguarda sia
il malato che i suoi familiari. Questa sorte tocca a Romain (il Melvil Poupaud di Un Ragazzo... Tre Ragazze di Rohmer), un giovane fotografo omosessuale. Una volta che
egli ha appreso del proprio destino, non gli rimane altro che la fuga dal mondo, il rifugio in una solitudine coatta, per tentare di lenire il dolore e l’angoscia. Una scelta
opposta a quella del protagonista di La Luce del Crepuscolo, film televisivo diretto dallo sfortunato attore Christopher Reeve dove un giovane malato di AIDS si rifugia
in famiglia, riscoprendo una possibilità di dialogo con la madre. Invece il Romain di Ozon lascia il lavoro e litiga con il fidanzato e la sorella, insomma reagisce con una
rabbia conflittuale che solo l’incontro in extremis con la nonna (una strepitosa prova di Jeanne Moreau) riesce a lenire. Ma questo non è il solo struggente incontro consumato
dall’uomo in questa sua fase estrema di esistenza: c’è anche quello con Jany (Valeria Bruni Tedeschi), una cameriera sterile che gli propone il regalo di una maternità al di
fuori delle regole che funziona come un dignitoso atto d'amore. Romain accetta e il suo diventa un gesto di difesa e di orgoglio, prima che il suo corpo roso dal male si arrenda
nell’ultima scena che lo scopre di fronte al mare durante un crepuscolo. La spiaggia è il luogo eletto ed elettivo del cinema di Ozon, la dimensione dei sensi aperti dove è
possibile elaborare qualsiasi pulsione come nel precedente CinquePerDue o come in Sotto la Sabbia con la Rampling intenta a macinare il
proprio sentimento di solitudine seguito all’improvvisa scomparsa del marito. La sofferenza predispone al sacrificio ed è questa la scelta del protagonista di Ozon in Le Temps
Qui Reste, appassionante teorema sulle possibilità che la morte e la vita ci offrono di superare il giogo, spesso tragico, del tempo.
Giogo o gioco: questo può essere la morte e di questo ci racconta lo straordinario noir Tzameti – 13, che è stato la rivelazione della passata edizione di Venezia (visto
nelle "Giornate degli Autori" dove ha ricevuto il premio come Migliore Opera Prima). Girato in un materico bianco e nero che s’imprime nella memoria (grazie all’ottimo direttore
della fotografia Tarel Meliava), il film è diretto dal regista Géla Babluani, un ventisettenne di origine georgiana emigrato in Francia, al suo esordio dietro la macchina da presa.
È dunque un noir sadico e violento dove il numero 13 si trasforma in un simbolo del destino per un gruppo di poveri cristi che giocano, in una clandestina roulette russa, la
partita della vita. Un gioco luttuoso e rivelatorio come era quello del film più enigmatico e mortuario di Fassbinder, Roulette Cinese, che svelava la dimensione cadaverica
e fantasmatica di un perverso gruppo di famiglia borghese. Intento ad affrontare un incubo infernale che lo costringe a scommettere ciclicamente sulla propria morte, il protagonista
di Tzameti – 13 (che pare, all’inizio, uscire da una trama di Kieslowski) vive la propria marginale ed emarginata condizione d’immigrato georgiano a Parigi, attratto dai
facili guadagni di una partita irredimibile con se stesso e gli altri giocatori. Con uno stile asciutto, alla Melville, l'ispirato Babluani ci consente di penetrare in un microcosmo
orrendo regolato dalle assurdi leggi del caos, con protagonisti una serie di uomini disperati che vengono circuiti da una altrettanto mortuaria elite di annoiati ed amorali emuli
dei filosofi sadiani. Lo scenario è davvero quello di una terra desolata, un limbo esistenziale dove si esercita con implacabile durezza la disciplina dell’oblio. E in verità,
presentandoci questa situazione estrema, il film ci mette di fronte ad una più comune e praticata tentazione di fuga, come ad ammonirci rispetto alla pratica dell’eccesso. Pur
senza moralismo o inutili didascalismi, quello di Babluani non è l’unico film recente che indica il pericolo della resa di smarrimenti traumatici e ad un’angoscia vissuta senza una
umana consapevolezza.
Dall’ultima edizione delle Berlinale sono venuti fuori altri due titoli che entrano in linea con la politica della Teodora: il danese A Soap, della regista esordiente Pernille
Fischer Christensen, che si è aggiudicata il Gran Premio della Giuria come Migliore Opera Prima, e il tedesco Tough Enough di Detlev Buck.
Nel primo troviamo al centro del racconto le peripezie della giovane Charlotte (Trine Dyrholm) e del transessuale Veronica (David Dencik). Se l’una ha appena mollato il compagno,
l’altra è in attesa dell’autorizzazione per una decisiva operazione che la farà donna a tutti gli effetti. Il teatro di questa commedia minimalista dove si confrontano le identità
fragili delle protagoniste sono i rispettivi appartamenti privati. Regia tesa, dialoghi ben scritti e bella intensità in questa descrizione dell’avventura quotidiana di una ricerca
di felicità possibile, dove Charlotte è costretta a confrontarsi con la brutalità ottusa del suo uomo, Kristian (Frank Thiel), illudendosi di poter gestire attivamente un rapporto
continuamente interrotto, mentre vive con trepidazione la propria metamorfosi, agganciandosi emotivamente all’amica. Potrebbe essere lo sviluppo di una qualsiasi soap-opera ma non
lo è grazie all’intento analitico e alla sensibilità dimostrata da regista ed interpreti. Del resto, Pernille Fischer Christensen è una di quelle autrici da tenere d’occhio: carriera
cominciata bene con Indien (interpretato dalla stessa attrice di questo film, Trine Dyrholm), film del diploma alla National Film School di Danimarca nel 1999, proiettato nel
2000 a Cannes dove ha vinto il premio della sezione Cinefondation, A Soap si può considerare la sua vera opera prima, una commedia amara che rivela il talento allenato di una
regista capace di gestire con grazia il proprio mestiere.
Stessa consapevolezza, sia pur con altri e più realistici toni, abbiamo rilevato in Tough Enough, analisi impietosa del dissolvimento dei punti di riferimento familiari,
protagonista un quindicenne nato bene in quel di Berlino. Il film è infatti tedesco e il regista Detlev Buck mostra un temperamento analitico e una vocazione intelligentemente
sociologica che ci rimandano alle migliori stagioni di quella cinematografia. Dunque, il giovanissimo Michael è costretto a trasmigrare dalla villa in un quartiere residenziale
ad un appartamento dei sobborghi metropolitani a causa della fine del rapporto tra la madre e il suo facoltoso amante. Così il ragazzo fa i conti, oltre con le proprie crisi d’abbandono,
anche con la durezza quotidiana delle violente leggi dei marciapiedi, vittima di pestaggi e di soprusi anche a scuola. Michael entra nel fatale giro dello spaccio di droga, seguito
dall’occhio implacabile ma affettuoso del regista che testimonia la sua discesa agli inferi, descrivendo, con documentata dovizia, l’ambiente corrotto e fatiscente delle periferie
affidate a regole barbariche e ad una violenza incontrollata. Il film colpisce come un pugno allo stomaco nel presentarci Berlino, metropoli omologata nei suoi confini che non separano
più, come ai tempi del Muro, l’est dall’ovest ma l’opulenza dal degrado. A Michael non resta che arrendersi alla nuova realtà, cercando disperatamente una via di fuga, la quale dovrebbe
coincidere con un’affermazione di forza in un mondo che, però, non gli appartiene. Naturalmente, il risvolto tragico incombe, come accade in film del genere (qui ci piace ricordare, tra
i tanti, Su per la Discesa di Robert Mulligan che descrive la lotta contro l’ignoranza e il razzismo, nella New York di fine anni sessanta, ad opera di una fragile insegnante
interpretata dall’intensa Sandy Dennis).
Dunque film come Tough Enough e come quelli della magnifica cinquina importata da Razzini, ci propongono uno sguardo sul reale capace di indurre rinnovate domande circa il sempre
annunciato crepuscolo dell’umano. Segno che il cinema più nascosto e marginale merita ancora di essere recuperato alla visibilità. Anche in estate, perché la temperatura ci salga dentro,
non solo per meteorologica conseguenza.
© 2006 reVision, Francesco Puma
|
|