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Quattro Minuti

Vier Minuten - 1h 52'

Regia: Chris Kraus



Per i tedeschi, al cinema come in letteratura, quello dell’apprendistato è uno dei moduli narrativi privilegiati, un vero e proprio leit-motiv tematico utile spesso ad esemplificare le venature più romantiche ed illuminate di quella visione del mondo umanistica, cara a tutti i sistemi filosofici nati in Germania ancora prima del Novecento. Che il neo–neo cinema tedesco ricorra a questo modulo eletto non deve comunque sorprenderci. Quattro Minuti è per l’appunto la storia di un apprendistato. A dirigerla c’è il tedesco Chris Kraus, entrato a pieno merito, con questo suo secondo lungometraggio, nella applaudita schiera della risorta new wave germanica, la stessa che è stata capace di guadagnarsi un recente Oscar con Le Vite degli Altri. Vicenda forte per personaggi forti: è la formula vincente di questo film che esibisce una densità drammaturgica non comune. C’è Jenny, pianista prodigio fin da bambina e segnata nel corpo come nella psiche dagli abusi sessuali paterni, da questi traumi presto condotta in carcere a causa di un omicidio che, forse, non ha commesso.
Il silenzio rabbioso in cui la ragazza ostinatamente si chiude, come promessa di perentorie e liberatorie esplosioni emotive, s’incarna nel duttile aplomb della sua interprete, Hannah Herzsprung, una di quelle giovani attrici capaci di rivelare già all’esordio una capacità mimetica sorprendente. L’altro personaggio è quello di Traude Krüger (una magnifica Monica Bleibtreu, sessantenne disposta ad invecchiare di vent’anni), insegnante di pianoforte fin dal 1944, anno storicamente cruciale dove cominciarono a consumarsi i traumi della catastrofica disfatta delle criminali illusioni hitleriane. Rieducatrice di carcerate attraverso la catartica terapia della musica esatta, l’anziana donna è una restauratrice di anime andate in pezzi, una severa quanto paziente maestra di rigore abituata ad un confronto aspro e lacerante con le più estreme conseguenze del dolore. L’arrivo di un nuovo pianoforte, frutto del benefico apporto di una guardia carceraria con tentazioni da mecenate, le apre una nuova prospettiva. Inizialmente, l’incontro tra le due protagoniste si risolve in un duello di partiture contrapposte, quella più dentro le righe dello Schubert prediletto dalla maestra opposto al più libero sound dell’hip hop rabbiosamente frequentato dall’allieva prodigio.

Naturalmente ciò non basta a dividere e poi ad unire identità tanto frastagliate. Innanzi tutto interviene una tenerezza amorosa che supporta la paziente dedizione della lesbica Traude nei confronti dell’inquieta e sfuggente Jenny, insieme al transfert emotivo dei già subiti patimenti comuni, questi ultimi suggeriti narrativamente dal regista attraverso un raffinato gioco di assonanze: se all’inizio scopriamo il personaggio della ragazza con alle spalle la drammatica presenza del cadavere di una detenuta impiccatasi, ecco che un successivo flashback ci racconta l’analogo suicidio di un’antica amante dell’insegnante (avvenuto negli anni della persecuzione nazista di ogni diversità), un lutto poi elaborato per mezzo della spasmodica passione per la musica e sublimato nella pratica didattica dentro lo stesso carcere. Il processo rieducativo si evolve soprattutto in questa progressiva, reciproca scoperta di addolorate affinità. Ma prima che il nodo di una solidarietà speciale si stringa definitivamente, tanti sono i capitoli del piccolo, quotidiano calvario consumato tra le anguste mura: la furia nevrotica di Jenny è infatti capace di ferire (e non solo moralmente) coloro che incrocia, mentre Traude rischia di mettere a repentaglio la propria febbrile missione quando il "suo" pianoforte subisce gravi danni. Fortunatamente il tormentato legame ha già trovato alimento attraverso il lento e progressivo apprendistato sulle note, trasparente metafora di educazione alla pietas, la più bella delle qualità capace di distinguere gli esseri umani dalle bestie. E la memoria delle piccole e grandi tragedie trascorse si riduce in desiderio di redenzione e di estremo, commovente afflato amoroso.
Quattro Minuti è anche un inno alla robusta bellezza dell’animus femminile, una storia morale supportata da una sceneggiatura argutamente scabra (a firma dello stesso regista) e da una colonna sonora in grado di coniugare abilmente l’incrocio dialettico dei personaggi (è un film tutto da vedere / sentire in lingua originale) con la scelta musicale che alterna i brani schubertiani a quelli teneramente evocativi composti per l’occasione da Annette Focks. Nel drammatico contrappunto che coniuga due personaggi intenti a scoprire le reciproche debolezze per aprirsi ad una possibilità di guarigione, affiora l’intenzione più profonda di questo apologo su un confronto generazionale che si trasforma in relazione pericolosa. A vincere è naturalmente l’amore, qui raccontato come un’irrefrenabile apertura al mondo e fuga dal tempo, come il desiderio di metamorfosi coltivato da ogni donna (e da ogni uomo) capace – come suggeriva Shakespeare – di avere musica in se stesso.

© 2007 reVision, Francesco Puma