Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni

4 Luni, 3 Saptamini si 2 Zile - 1h 51'

Regia: Cristian Mungiu



In questi inquieti scampoli di stagione, il cinema italiano d’autore stenta ad arrivare nelle sale (soprattutto quello buono visto nelle griglie festivaliere e non sostenuto dai distributori), altre e più sane cinematografie conquistano le loro nicchie di pubblico facendosi apprezzare dalla critica più attenta. Prendiamo ad esempio la cinematografia romena che già da qualche anno appare estremamente vitale. Oltre ai già conosciuti Radu Mihaileanu e Lucian Pintilie, assistiamo all’emersione di nuovi talenti che mostrano sapienza e vigore attraverso film dalle robuste sceneggiature, realizzati in modo accurato, con attori ben diretti in grado di bucare lo schermo, applauditi dalle platee di festival felicemente di tendenza come quello di Cannes. Proprio dalla prestigiosa Quinzaine des Réalisateurs dello scorso anno è venuto fuori quel piccolo gioiello di A Est di Bucarest (diretto da Corneliu Porumboiu), vincitore della Camera d’or come migliore opera prima (un apologo tagliente ed evocativo dove nel giorno di Natale si discute sul fatidico 22 dicembre 1989, data fatale per la dittatura romena). Mentre la sezione Un Certain Regard, sempre l’anno scorso, ha posto in risalto il commovente Come Ho Festeggiato la Fine del Mondo di Catalin Mitulescu (storia di un bambino che attraversa il suo paese prossimo alla liberazione intenzionato ad uccidere Ceausescu). Anche questo 2007 la Romania ha trionfato portandosi a casa la Palma d’oro mercé l’opera ammirevole e sconvolgente di Cristian Mungiu, un cineasta di razza capace d’intagliare un film che sembra scolpito nella roccia duro e puro come certi classici di una volta.

Il titolo, 4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni allude al conto alla rovescia di una gravidanza oltraggiata. E fin dalle prime sequenze, ambientate negli algidi corridoi di un pensionato universitario, capiamo che si tratta del racconto di una discesa agli inferi. La protagonista Otilia, intenta nel suo peregrinare claustrofobico, è una delle tante vittime dell’opprimente grigiore di una quotidianità insopportabile. Basta la rappresentazione di 24 ore della sua soffocante giornata, bastano le variegate espressioni della sua inquietudine di donna in gabbia per restituire il senso di un popolo ferito ed umiliato, del popolo dell’afflitta Romania del 1987. Ad interpretare queste minute variazioni d’angoscia troviamo la bravissima Annamaria Marinca (che presto vedremo nell’attesissimo ritorno di Coppola, Youth Without Youth, peraltro derivato da una novella di Mircea Elide, romeno emigrato negli Stati Uniti). Nel suo personaggio risiede tutta l’ansia frustrata ma anche il determinato vigore di un paese non ancora sconfitto dalla lacerante rabbia e dallo sconforto, in attesa di liberarsi dall’intollerabile giogo della dittatura comunista di Ceausescu (mancano ancora due anni all’appello della Storia). Per Otilia, oppressa dall’aria marcia che si respira nel pensionato, non ci sono più lacrime da piangere. All’inizio la vediamo impegnata nella febbrile ricerca di un pacchetto di sigarette Kent, che all’epoca avevano più valore del denaro sufficiente a procurarlo, mentre divide la camera con l’amica Gabita (Laura Vasiliu, altro volto singolarmente intenso da ricordare), perduta a causa della propria incauta gravidanza. L’assurda legge che, nel 1986, rese illegale l’aborto in quel paese, costringe la protagonista ad un drammatico pellegrinaggio (di manzoniana memoria), in perenne lotta con la burocrazia e il sospetto, alla ricerca di una via di salvezza per la sua amica.

Il film tende a conferire un tono metafisico a questa narrazione di un cul de sac esistenziale prodotto da leggi liberticide e da una disumanità che solo le dittature sono capaci di diffondere come la peste. Otilia non riesce nemmeno a trovare conforto nel rapporto col fidanzato, preda a sua volta di un soffocante legame familiare (un rapporto che Mungiu inquadra con implacabile gusto per la geometria nel gioco di sguardi durante una cena a casa della famiglia del ragazzo, sintomo di un malessere destinato a non esaurirsi insieme alla pausa delle tante, troppe attese). Quando l’azione si sposta nella stanza dell’hotel dove si pratica, con strumenti arcaici, l’aborto clandestino, l’orrore di una condizione umana intollerabile prende consistenza attraverso il personaggio del signor Bebe (interpretazione magistrale di Vlad Ivanov, attenta a restituire con fenomenologica attenzione le pieghe più segrete del suo ripugnante aguzzino). Di fronte a tanta spregevole e meschina esibizione di afasia di sentimenti, anche l’occhio del regista sembra raggelarsi, attraverso la memorabile scelta di un piano fisso che conduce la palpitante, impressionante tensione emotiva dell’interrogatorio di Bebe evocante i gesti successivi, prima dello stupro e poi della fatale operazione. Così, attraverso i volti delle vittime in mano al loro carnefice, viviamo passo dopo passo, come in un transfert, la tragedia dell’umiliazione dei corpi e delle anime di un’intera comunità. In preda allo sgomento che le ha lasciante svuotate, scopriamo Otilia e Gabita sedute ad un tavolo dell’hotel dove si è consumato l’orrendo rituale, in un’ultima scena che sembra chiudere circolarmente questa rappresentazione metaforica del Male.
La qualità più preziosa di questo film avvincente ed importante, sta nello straordinario pudore con il quale Mungiu conduce la propria analisi esistenziale. Un pudore tendenzioso, a dire il vero, poiché l’intento del regista sembra quello di volerci indicare l’insondabile sofferenza di una stato umano soggiogato alle assurde regole di una ragione di Stato profondamente nullificante. Il vuoto dei sentimenti, l’affannosa comunicazione di un lancinante disagio, la rabbia soffocata sembrano legare come in un corpo unico queste due identità femminili perdute nel labirinto della Storia. Vite ridotte ad oggetti, come il feto appena espulso inquadrato sul pavimento di una squallida toilette, cosa morta tra altre cose morte, testimonianza di un crollo individuale ed anche sociale, ideologico, politico.
Perché 4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni ci restituisce con minimale realismo il senso stesso dell’urlo di orrore di tutte le vittime di abusi e soprusi, nei tanti inferni che il mondo ha vissuto e continua a vivere. Ed è un urlo muto, astratto, ai limiti della rappresentabilità, quello che Mungiu ha voluto sondare, sfidando i limiti del fare cinema, come ogni cineasta che si rispetti, attraverso un film coraggiosamente esemplare, specchio aberrato della sua Romania che, incidendo le viscere del proprio passato, getta il proprio corpo ferito nella lotta del presente.

© 2007 reVision, Francesco Puma