Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci



Tre Storie

1h 25'

Regia: Piergiorgio Gay e Roberto San Pietro



Esserci nel presente. Uno dei maggiori problemi del cinema italiano attuale è l’incapacità di concentrarsi su ciò che davvero conta, su ciò che sta accadendo e che andrebbe vissuto in profondità, per poterlo capire e poi raccontare. Non è un problema legato all’attualità in senso stretto: si può essere lucidi anche trattando il recente passato (basta dare un’occhiata al frainteso Così Ridevano di Amelio). Esserci nel presente, come capita spesso al miglior cinema anglosassone (Loach, Leigh), e sempre a quello di Abbas Kiarostami: raccontare cose magari semplicissime, ma sino in fondo, coerentemente, senza scorciatoie, macchiette o stereotipi di comodo.
E’ raro che un film italiano ci riesca, tanto che quando succede non sono in pochi, sia tra gli spettatori che tra i critici, a cercare di risolvere il loro spiazzamento ricorrendo alla formula-paracadute del "documentario" (cfr. la tipica uscita "Bello, ma un po’ troppo documentario"). E’ l’equivoco in cui è incappata anche la migliore pellicola di questo finale di stagione, Tre Storie di Piergiorgio Gay e Roberto San Pietro. Tre Storie ci sembra meritare invece molto di più, già a giudicare dalla serie di scommesse su cui nasce:

1) raccontare vicende segnate dalla tossicodipendenza senza impantanarsi in tutti i luoghi comuni, recenti o meno, sull’argomento;
2) dirigere un cast di non professionisti evitando l’effetto Vivere (non il film di Kurosawa né quello di Yimou, ma la telenovela fininvestiana) e anche la temibilissima sindrome di Mariadefilippi (una variante di quella di Down che colpisce persone comuni che cercano di recitare loro stesse, o attori che si sforzano di sembrare, come si suol dire, presi dalla strada);
3) far vivere personaggi che non siano figurine bidimensionali, né idioti da prendere in giro (vedi Trainspotting), né figure puramente paradigmatiche (il Borghese Drogato, la Giovane Smarrita), e che siano profondamente innervati nella realtà sociale e storica che li circonda;
4) insomma, riuscire a esserci nel presente, a capire ciò che gli altri raccontano, il modo in cui lo raccontano, il peso della loro esperienza, il vero valore delle loro parole.

A giudicare dal film, e dal citato effetto-documentario con cui è stato da alcuni accolto, si tratta di scommesse vinte. Molti non si sono neppure resi conto di quanto il lungometraggio (appartenente ad un ciclo prodotto da Ipotesi Cinema e RaiUno sul tema del lavoro) sia stato "costruito", pensato da Gay e San Pietro, autori anche della sceneggiatura. Le tre storie del titolo sono infatti nate da moltissimi colloqui con persone che hanno vissuto esperienze di droga, e sono in realtà la somma di una gran quantità di racconti, inseriti in una cornice coerente e strutturati in una sceneggiatura molto salda e ben congegnata. Proprio la parte apparentemente più "documentaristica" di Tre Storie, quella delle interviste ai protagonisti girate con una videocamera, è stata scritta in modo attentissimo, nel tentativo di non tradire tutti i racconti, gli aneddoti, le esperienze che vi confluivano, e al tempo stesso di dar loro il più possibile una forma cinematografica, un ritmo narrativo avvincente e compiuto.
Pur con qualche pecca (ad esempio, i flashback che riassumono la storia d’amore tra due dei protagonisti, interpretati ottimamente da Sandra Ceccarelli e Marcello Di Gregorio), Tre Storie ha una coerenza ed un rigore che è difficile trovare in un’opera d’esordio, soprattutto se italiana. Si tratta di doti che non sono passate inosservate ai festival in cui il film è stato presentato, e che gli hanno permesso di vincere il Premio della Giuria allo scorso Festival di Annecy e quello della distribuzione, cui si deve l’approdo alle sale, al Festival di Torino.
Coinvolgente ed attento agli spettatori quanto lo è ai propri protagonisti, toccante senza mai scivolare nel compiacimento o nella drammaticità gratuita, divertente e disperato, vitale, Tre Storie è un esempio di quanto di meglio possa offrire il nuovo cinema italiano: far luce su ciò che ci sfugge, aprire nuove strade. Esserci nel presente.

© 1999 reVision, Fabrizio Bozzetti



torna all'inizio




Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci