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Three Kings1h 54'
Regia: David O. Russell Salvate Il Soldato Ryan era ancora film dal sapore classico, perché
in fondo la violenza, gli orrori della guerra dipendevano dalla retorica contrapposizione di due eserciti. L'esercito nemico sul quale
lo sguardo americano attiva un movimento (al contrario Mallick opponeva l'immobilità alla logica della guerra in La Sottile Linea Rossa),
patriottico (ma il termine è abbastanza inadatto), attraverso il quale giustificare lo spettacolo della battaglia armata. E
naturalmente la consueta individuazione, iconografia, di buoni e cattivi. Eppure già il film di Spielberg, che si chiude con la
bandiera americana che sventola, è già segnale preoccupante di una coscienza statunitense sempre più labile:
l'interiorizzazione dello sguardo americano, che vede ormai soltanto se stesso, mentre l'altro scompare definitivamente dall'orizzonte
percettivo: "... l'uomo americano in terra straniera ha semplicemente perso la capacità di guardare. Se non guarda non identifica;
se non mette a fuoco, non distingue; senza distinguere, si assottigliano i margini per segnare, o caratterizzare un altrove. È
la fine della frontiera, innanzitutto perché è la fine dello sguardo e del viaggio." (Flavio De Bernardinis in "Poetiche del
cinema hollywoodiano contemporaneo" ed. Lindau).
Three Kings ci porta direttamente nel cuore del problema, costituendo un magnifico esempio di scollamento tra narrazione e visibile.
Quest'ultima dimensione tende sempre ad eccedere il campo narrativo. Le immagini, in poche parole, ci dicono sempre molto di più, di
quello che la sceneggiatura ha preordinato.
Three Kings è viaggio, nel momento in cui i protagonisti decidono di spingersi oltre la linea di sicurezza. Raggiungere quella
"frontiera" significa avere la possibilità di scoprire qualcosa di diverso, raddrizzare lo sguardo, aprire gli occhi, dilatare i sensi
e percepire una realtà profondamente eterogenea da quella omologata che si è immaginata (in Tv).In effetti questo percorso avviene,
giacché il regista David Russell (Spanking The Monkey, Amori E Disastri) ha disposto i vari passi
con cura. Il momento chiave in cui il capitano Archie Gates/George Clooney è cosciente che la necessità è cambiata. La
priorità non è più l'oro, ma il salvataggio delle popolazioni vittime del regime di Saddam Hussein. La sceneggiatura è
ormai chiara e la continuazione del tutto prevedibile.
Le immagini, invece, non attivano alcun movimento. Due sequenze iniziali sono illuminanti per confermare il
sospetto che tale registro stilistico ci accompagnerà per tutto il film. La prima è l'uccisione truculenta di un nemico al quale
salta la testa, il sangue continua a schizzare dal corpo decapitato. La seconda riguarda la povera mucca dilaniata da una mina. La testa del bovino
finisce sul cofano della jeep. Il sentimento prevalente è il divertimento ludico, la piroetta, il numero pirotecnico che suscita stupore.
Tutto il film è confezionato come un video/game. Video per la fotografia (Tom Sigel) orientata verso immagini sgranate, poco definite, che
dovrebbero suggerire l'idea del reportage televisivo. Game perché il viaggio dei nostri eroi è non solo il gioco della caccia al tesoro,
ma anche quello degli scontri a fuoco, elettrizzanti, con effetti speciali che hanno un solo obiettivo: soddisfare la voracità sensitiva dello
spettatore. Ancora uno sguardo che, per spettacolarizzarsi, si ripiega su sé stesso: non a caso seguiamo il percorso della pallottola dentro
l'organismo, nei visceri invasi dal corpo estraneo. E poi la concitata caccia nei sotterranei, pieni di jeans americani, le automobili di lusso con
le quali Russell può girare un prodigioso attacco, ma rispetto ad Apocalypse Now, dove c'erano gli elicotteri, qui le musiche sono
di Bach o dei Chicago invece che Wagner.Il piacere, finalmente, di vedere la guerra in diretta, come un gioco, certo, ma sempre meglio dei soliti finti cormorani che agonizzano nelle acque sporche di petrolio... © 2000 reVision, Andrea Caramanna |
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