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Alla Rivoluzione Sulla Due Cavalli1h 20'
Regia: Maurizio Sciarra Il film di Sciarra ci ricorda il recente La Dea Del '67. Identica
percezione fantastica del mezzo meccanico. Lì era la mitica Citroën ds, qui la
non meno famosa due cavalli. Vale a dire automobili che hanno segnato con le
loro tipiche architetture interne ed esterne, senza gli estremismi ballardiani
delle protesi cromatiche, degli urtiamplessi e delle scorie metalliche,
gli immaginari di milioni di individui tra i proprietari e non. Sciarra
insegue, come nel suo primo lungometraggio La Stanza Dello Scirocco, lo
spazio scenico ideale per trovare gli stimoli "giusti" per raccontare
i sentimenti delle generazioni degli anni settanta. Forse per indicare
brutalmente il limite di quella utopica atmosfera post sessantottina.
L'amicizia triangolare, erotica, somiglia tantissimo a quella divertente del
primo Salvatores (non è un caso che lo script è firmato anche da Monteleone,
uno degli sceneggiatori di Marrakech Express e di altri film di
Salvatores). Il road movie è in questo caso il viaggio verso un orizzonte che
si presume mutato in bene. Il percorso è alieno da ogni deriva, e da ogni
tendenza all'esotico, almeno come dimensione che oltrepassa la grigia
quotidianità e la perdita delle illusioni giovanili; con la parziale eccezione
del personaggio femminile che in effetti manifesta un movimento di fuga dalla
famiglia, che non può che esser uno statuto limitante di fronte al clima di
spontaneismo psichedelico e di liberazione dai vincoli, innanzitutto quelli
affettivi borghesi.
Tuttavia manca al film la precisione necessaria, di scrittura
e di visione (esigui primi piani che indagano pochissimo), per sviluppare tali
riflessioni perché i personaggi sembrano affetti da una afasia l'uno verso
l'altro e verso se stessi. In qualche momento sembra di assistere a una sorta
di pastiche tra un piccolissimo film vacanziero, Summer Lovers, e una
parodia colta tratta dalle varie citazioni di film attraverso il dispiegamento
di celebri locandine: da Godard a Rossellini ad Antonioni. Dei vari registi
potrebbe essere cercata la dimensione politica, mancando però totalmente la
tensione spirituale coincidente con un progetto dello sguardo. La dimensione
politica utilizza il richiamo diretto ai fatti della rivoluzione dell'aprile 1974
in Portogallo che videro la destituzione del dittatore Caetano. La tensione
spirituale dovrebbe privilegiare la traccia drammaturgica, ma la sceneggiatura insiste
nello stemperare i conflitti, per esempio quello di esule e il sentimento di
lontananza dalla terra nativa e così via, con il frequente ricorso a scenette che
non strappano mai neanche un sorriso, come l'orinata a tre. Quanto al discorso
politico, si coglie chiaramente l'ubiquità della Storia. Avviene in differita,
raccontata da altri, attraverso la televisione o la radio o il telefono e la
partecipazione avviene solo per caso. Quando i nostri tre protagonisti arrivano
a Lisbona, pochi giorni dopo la rivoluzione pacifista dei garofani, tutto
sembra calmo e sereno. Incrociano una folla che sventola le bandiere rosse, ma
anche questa volta forse non si tratterà dell'evento tanto agognato.
© 2001 reVision, Andrea Caramanna |
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