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200 Cigarettes1h 41'
Regia: Risa Bramon Garcia Un film sul fumo senza una filosofia del fumatore. Roger Ebert, critico del Sun Times di Chicago, nota acutamente come nel film ci siano tante sigarette,
forse duecento secondo la suggestione del titolo, ma nessuno che sappia veramente fumarle. Senza che il gesto di una mano che dirige la sigaretta in bocca, o l'atto di inalare o espirare
diventi evento caratterizzante, coordinata di atmosfere, o immaginario, come per Humphrey Bogart o Bette Davis. Perché allora il titolo si riferisce al vizio più bandito
oltreoceano negli ultimi 15 anni? Forse solo un gioco, un caso, o necessità stilistica, perché in quest'ultimo caso 200 Cigarettes non è certo a livello di
Smoke di Wayne Wang e Paul Auster. Ma quello che sembra un punto a sfavore del film, poco a poco ci si rende conto che è il vero punto di forza.
Il flebile passaggio tra anni settanta e ottanta - la storia è ambientata nel Capodanno del 1981 - è raffigurato anche attraverso il fumo. Il gesto del fumatore ha subito importanti modificazioni da un decennio all'altro. La nostalgia degli accaniti fumatori degli anni trenta, segno di indipendenza o di erotismo, si trasforma in gesto liberatorio negli anni settanta, tra le esperienze psichedeliche e la musica di quegli anni, poi in senso di colpa, consapevolezza che la sigaretta è solo lo strumento nocivo alla salute, ma utile come barriera psicologica che ci difende dal mondo esterno. L'utopia di una stagione indimenticabile, il Sessantotto, è definitivamente tramontata. In campo musicale, nel 1981, il fenomeno punk, ultima avanguardia, ha già perso la carica eversiva che aveva ai suoi inizi, nel '77, l'abbigliamento punk è ormai una semplice moda. Sono gli avvocati (Ben Affleck),
non gli artisti, a sbarcare il lunario la sera come baristi e sognano, al posto di magnifiche opere d'arte, i nuovi allettanti guadagni della borsa e il mercato immobiliare in ascesa
nell'economia reaganiana. I movimenti artistici appaiono in crisi. Le grandi vagine dipinte sembrano l'ultima residuale parodia dell'arte pop. Gli anni ottanta sono forse il decennio dei
Capodanni da vivere a tutti i costi, come una performance. Il divertimento è celebrato, atteso, come unica istanza liberatrice da un quotidiano stressante e nevrotico, in cui tutti
recitano ossessivamente la parte che dovrebbe illustrare il successo della propria prestazione (soprattutto sessuale). La nevrosi tra essere e apparire degli anni ottanta colpisce tutti. Nella carrellata di personaggi, la neoregista Risa Bramon Garcia, esperta di casting, ha cercato in ogni personaggio la sua piccola o grande psicopatologia quotidiana. E l'amore e il sesso sono il terreno fertile per intrecciare queste complicate, comiche, relazioni. I protagonisti, Casey Affleck, Janeane Garofalo, Courtney Love, Gaby Hoffmann, Kate Hudson, Martha Plimpton si divertono ad esaltare i vari tic espressivi, amplificati dai costumi e dal trucco. Certo è un'opera che alla fine rischia di essere solo un debole divertissement, in cui la verve degli attori, i loro continui guizzi, spesso senza controllo, si riducono a fastidioso macchiettismo. © 2000 reVision, Andrea Caramanna |
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