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14081h 44'
Regia: Mikael Håfström Siamo in zona-Shining. C’é Stephen King, dunque ci saranno un albergo e un albergatore
satanici, una stanza malefica, un romanziere fallito, un matrimonio in crisi, passato e presente che si incrociano come corridoi
di un labirinto. A causa di cotanta eredità, è quasi matematico che 1408 non conterrà alcuna immagine nuova, ma perlopiù
immagini che "funzionano".E come sempre in questi casi, ciò che funziona sono i lampi di pura atmosfera, ovvero tutte le relazioni perturbanti che si insinuano nella terna personaggi-oggetti-scenografia. Il sublime duetto tra Samuel L. Jackson (perfetto, come in Unbreakable, nella parte di chi sa già tutto) e John Cusack (perfetto, come in Identità, nel ruolo di chi non sta capendo nulla). La radiosveglia che si accende a ripetizione, riazzerando ogni volta al punto di partenza i sessanta minuti di incubo di cui Mike Enslin è prigioniero. La carta igienica che torna intatta. Le assurde comunicazioni dalla segreteria dell’albergo. I cioccolatini sul cuscino. L’immenso muro esterno orribilmente privo di fessure. E un momento da antologia: Mike urla aiuto verso un uomo alla finestra del palazzo di fronte; l’altro sembra non ascoltare, poi si alza in piedi, la sua figura si illumina e... Mike si accorge di guardare se stesso (la versione insuperata di questa scena è ne L’Inquilino del Terzo Piano). Poche carte, in fondo risapute, ma che Håfström sa giocarsi con discreta abilità, senza scivolare nell’"effettismo" dell’altro thriller numerico della stagione Number 23, e mostrando anche il coraggio di serrare il film nella stanza per tutto il primo tempo. Ciò che non funziona emerge allo scadere dei sessanta minuti. Perché il più grave problema del thriller/horror contemporaneo
è la sua ricchezza: lauti mezzi che finiscono per diventare ricatto, obbligando regia e produzione allo scialo di effetti
speciali, in un contesto dove invece sarebbero sufficienti un’ombra sulla parete e due note distorte in colonna sonora. Il
thriller di oggi non ha il coraggio di essere povero, di comporre un regolare e ininterrotto crescendo di rivelazioni (la versione
insuperata di questa struttura è The Others). E così, il secondo tempo di 1408 dà la stura a sconsiderate inondazioni,
risibili glaciazioni e arbitrari movimenti tellurici che tormentano a più riprese la stanza, spostando maldestramente il racconto
dal "fantastico puro" ad un catastrofismo onirico stile Jumanij (e da un momento all’altro ti aspetti Robin Williams
tallonato da un rinoceronte). Purtroppo, il cinema da multisala oggi dominante è convinto che il valore di un film sia direttamente
proporzionale alle esplosioni e distruzioni che inscena (cosciente che buona parte del pubblico la pensa davvero così...). In
tal modo il thriller nella sua forma "classica" (se la definizione ha ancora senso) si imbastardisce, assorbendo elementi
"action" tipici del poliziesco, del film di guerra, o del videogame che li riassume entrambi.C’è però un’ultima scena in cui il registro "demolitore" sa splendidamente tingersi di perturbante. Enslin è fuggito dall’albergo, termina la convalescenza in ospedale, mentre cupe allucinazioni lo sconvolgono; dall’orribile esperienza riesce a partorire un nuovo romanzo, corre a spedire il plico all’editore, ma quando entra nell’ufficio postale gli impiegati lo ignorano come fosse un fantasma; poi, terribilmente, prendono a spaccare mobili e pareti, fino a rivelare dietro l’illusorio fondale... la stanza 1408. Il tempo non è passato, Enslin è ancora prigioniero. E il gioco ricomincia. © 2007 reVision, Dante Albanesi |
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