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Tredici Variazioni Sul Tema13 Conversations About One Thing - 1h 34'
Regia: Jill Sprecher C’è una frattura, una ripida aporia nel filone “spirituale” della
cinematografia contemporanea (da Magnolia a Serendipity). Leggendo
l’introduzione del penetrante saggio di Alessandro Cappabianca dedicato
al rapporto tra cinema e sacro (Il cinema e il sacro, editore Le Mani),
non è casuale che l’autore inizi la discussione proprio dal corpo umano,
dall’evidenza dell’organismo che si assottiglia, o meglio procede verso
la fantasmizzazione, l’immagine virtuale, l’ombra digitale sullo
schermo, modalità tanto deprecata dal filosofo Pietro Montani. Il
percorso storico di quel saggio percorre le espressioni tradizionali di
figure della trascendenza (lo studio può ben rifarsi a Paul Schrader, al
suo saggio, tradotto solo di recente, sullo stile trascendentale), fino
al più vicino esempio di iconografie cristologiche e religiose
ricondotte alla volgarità del corpo con gli zombies vegetali nel dittico
Lo Zio Di Brooklyn e Totò Che Visse Due Volte di Ciprì e Maresco. Il
corpo, a ben vedere, rimane l’unica chiave di lettura del cammino
esistenziale, addirittura, è il movimento di questi corpi, che possono
benissimo essere equiparati alle particelle del gas di cui parla il
professor Walker (John Turturro). Cosa succede a due gas chiusi nella
stessa provetta? Si mescolano, si confondono, è un processo
irreversibile, giacché non si può più distinguerli, “non si può tornare
indietro”, che è anche una delle tante frasi ad effetto del film. Le
storie di questi personaggi, secondo il punto di vista fisico
matematico, s’intrecciano casualmente come le particelle di quei gas.
Non c’è una regola, non c’è ordine, soltanto il caos. Possiamo dire che
qualcosa succederà, ma non sappiamo che tipo preciso di effetto avremo
alla fine. E qui entriamo benissimo nel “secondo episodio” (secondo
episodio soltanto per distinguere le varie trame rinchiuse in una bolla
temporale teorica o forse volutamente disordinata), sulle assicurazioni.
Le polizze previdenziali stabiliscono i coefficienti attuariali, i premi
da pagare, ma i conti economici sono infine un’immagine fissa di quello
che veramente è successo. Guadagni e perdite. E di guadagni e perdite è
fatta la vita. Il denaro entra in gioco come elemento scombussolante.
L’impiegato dell’assicurazione gioca ogni settimana, ma è la costanza
che gli consente di vincere due milioni di dollari?
No. “La fortuna
sorride ad alcuni, ride di altri”. Un’altra frase ad effetto che
chiarisce l’inintelligibile destino di chi ha vinto due milioni di
dollari e dopo pochi mesi si ritrova in rovina, fino a strisciare per
riavere quel posto “mediocre” di lavoro che tanto tronfio aveva
abbandonato. È il direttore di quell’ufficio di assicurazioni, Gene
English (un superbo Alan Arkin) che racconta la storia seduto al banco
di un pub. Dall’altra parte nello stesso bar c’è un rampante avvocato
strafottente (Matthew McConaughey) che si burla della storia, anzi offre
un “giro” a quello strano tipo che pretende di insegnargli qualcosa
sulla vita; continua a festeggiare la sua più recente vittoria a spese
di un criminale che probabilmente non si meritava una punizione severa.
Appena fuori il giovane avvocato, a bordo della sfavillante automobile,
con un collega vanta la missione degli avvocati: far rinchiudere tutti i
pericolosi delinquenti (“perché è questo che vuole da noi la società”);
saluta il collega, dopo pochi minuti la festa è finita: investe una
giovane donna già graziata a cinque anni da una figura angelica che la
salva dall’annegamento, una “vela bianca” che sembra la stessa camicia
volante che le costa adesso l’incidente, l’urto con l’auto sembra
fatale. L’avvocato, aggredito dalla paura o dalla vita che
improvvisamente muta direzione, scappa via, salvo poi farsi prendere dai
sensi di colpa. Per espiare manterrà la ferita alla testa; per non
dimenticare aprirà quella piccola riga sanguinante sulla fronte, proprio
come le stimmate di Gesù Cristo. Il dolore e la sofferenza sono anche
segni equivoci. Il professore Walker interpreta un’aggressione come il
segnale per liberarsi della moglie e trattare male i suoi alunni. Anche
lui si troverà di fronte a conseguenze dolorose. Il film, insomma,
afferma l’assurdità della vita, ne coglie le contraddizioni morali,
perciò “la vita è ingiusta” (proprio per l'ottusità del caso, le
particelle possono muoversi solo in disordine, sono le leggi
dell’universo). Dall’altra parte il film dice la seconda verità,
attraverso un’altra didascalia, citazione dei dialoghi: “la mente umana
è un luogo a sé”. È la chiave psicologica che descrive con minuzia le
reazioni umane dettate da sfumature del comportamento. Tra queste non
solo il perpetuo sorriso di Bowman, impiegato mansueto e col pensiero
positivo, ma quei semplici gesti di espansione, cordialità che superano
un altro assioma scientifico, quei quarantasei centimetri di spazio di
cui tutti hanno bisogno. Si possono oltrepassare facilmente, basta un
cenno della mano per un saluto. Un solo gesto in grado di mutare tutto
il corso degli eventi.
© 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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