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1212 Razgnevannyh Muzhchin - 2h 39'
Regia: Nikita Michalcov Se c’è un cineasta contemporaneo la cui opera abbia, per sintesi, intercettato i molteplici
aspetti dello spirito russo, seguendo la linea narrativa e filosofica dei grandi autori di quella straordinaria tradizione,
questo è senza dubbio Nikita Michalkov. Il suo cinema d’impianto cechoviano non si è mai culturalmente imbastardito, persino
in occasione di prove più deboli e deludenti come Sole Ingannatore che pure si guadagnò un Oscar. Eclettismo, onestà
intellettuale, eccellente capacità narrativa e compositiva: queste le principali qualità di Michalkov, unitamente ad un incontenibile
vigore creativo che ha condotto la sua attività, tra teatro e cinema. Attività frenetica ed incessante che lo condusse, mentre
si era avventurato nella magnifica trasposizione del capolavoro di Ivan Goncarov Oblòmov, a girare nel contempo un riuscito
adattamento per lo schermo di Cinque Serate, pièce teatrale di Alexander M. Volodin. Lo stesso è accaduto per questo
suo sorprendente capolavoro che è 12, presentando il quale si è aggiudicato un Leone nell’edizione del Festival di Venezia
dell’anno scorso (premio per l’insieme dell’opera): un’operazione "low budget" concepita e realizzata durante l’interruzione
del gigantesco progetto del Sole Ingannatore 2 (una delle più costose imprese cinematografiche europee degli ultimi tempi).Apparentemente si tratta di un puro e semplice film da camera, ispirato al celeberrimo esordio di Sidney Lumet, La Parola ai Giurati, prototipo di courtroom drama a sua volta tratto dal testo per la scena di Reginald Rose che lo stesso Michalkov ha allestito per l’Istituto Teatrale Schukin di Mosca: dodici giurati in consiglio chiamati a decidere il destino di una vittima designata, un innocente che la Legge vorrebbe colpevole e la cui assoluzione è affidata alla logica riparatrice della coscienza dei singoli. Ma perché questo sarebbe "un film importante per l’Europa di oggi", paragonabile a Katyn, opera più recente del sommo Wajda rimasta ancora inedita per il circuito delle sale in Italia? Sicuramente grazie alla volontà di Michalkov di trasformare lo spunto iniziale in una preziosa occasione di entrare nel vivo delle laceranti contraddizioni riguardanti la Russia di oggi. I dodici uomini arrabbiati ("Angry Men" come recita l’antico titolo originale), membri di una giuria popolare, impegnati a
dilaniarsi l’un l’altro esaminando le prove della presunta colpevolezza di un ragazzo ceceno accusato di aver ucciso il padre
adottivo che era un ufficiale dell’esercito russo, si riuniscono all’interno della palestra di una scuola media: un luogo che
richiama emblematicamente lo scenario di un evento tragico avvenuto nel 2004, il massacro di Beslan, luogo di martirio per 186
piccoli studenti tenuti in ostaggio (proprio nella palestra della loro scuola) da terroristi ceceni e poi massacrati a seguito
del discutibile intervento della polizia che causò la mattanza delle 334 vittime complessive. Il fatto che il giovane imputato
sia, a detta di alcuni suoi accusatori, "un ceceno bastardo" la dice lunga sull’intenzionalità politica e profondamente morale
di 12, un’adamantina partitura sull’intolleranza scritta con speciale cura drammaturgica dal regista stesso in collaborazione
con Vladimir Moiseenko e Aleksandr Novototskij.L’arguto teorema metaforico di Michalkov vuole che siano gli antichi conflitti, perpetrati durante gli anni bui del regime sovietico (dei quali non manca un richiamo nell’incipit documentario del film), a provocare le contemporanee ed ancora brucianti divisioni etniche: la "guerra infinita" vissuta giorno dopo giorno, capace di offuscare menti ed anime, di alimentare un odio che sembra incontrollabile fino a quando la ragione non intervenga ad imporre la riflessione necessaria capace d'incatenare la coscienza in nome di una verità che pure deve esistere, al di là delle imperfette architetture legali. E’ questo il significativo contesto nel quale sono immersi fino al collo i dodici giurati accompagnati dal cancelliere nella palestra del giudizio, disagevole perché non attrezzata a norma per difendersi dal pungente freddo esterno del lungo inverno russo (altra metafora, questa volta climatica). In tale disagevolezza, pressati da impegni personali e chiamati ad un’impresa più grande di loro, questi uomini comuni si costringono ad analizzare i dati di un processo dove niente è filato liscio, poiché la colpevolezza del ragazzo (di cui anch’essi appaiono convinti) sembra essere stata aprioristicamente decretata. L’iniziale decisione si stempera progressivamente, durante la faticosa analisi d’indizi che lasciano spazio ad una verità continuamente confutabile. Così l’affilato coltello del delitto si scopre di facile reperibilità al mercato nero, mentre la dinamica dell’evento criminoso stesso, una volta mimata dai giudicanti, appare assai incerta. Allora un’inquietudine sempre più solida, capace di fare affiorare identità contrastate e segnate da vicende private, rivelatrici di conflitti psicologici tanto profondi quanto devastanti, come quelli che riguardano uno dei dodici, un tassista che non nasconde la propria razzistica avversione nei confronti dell’imputato, condotto infine a svelare (durante dieci memorabili minuti di monologo girati in piano sequenza) il complesso e violento rapporto col figlio da lui spinto sull’orlo del suicidio. In questo arguto mosaico di dolori e disagi progressivamente rivelati dai giurati in cattività trovano spazio i toccanti flashback
riflettenti l’umana vicenda del presunto colpevole, la sequenza della danza col coltello che lo vede bambino prigioniero di un
campo di guerra e poi destinato alla reclusione da adolescente nella buia cella dove rimane in attesa del fatale verdetto. A
conferire spessore speciale ai febbrili dialoghi e monologhi che sostengono l’ammirevole partitura drammaturgica sono chiamati
magnifici attori della rinomata scuola naturalistica russa (che si esercita sui sottotesti dei classici in palcoscenico), prodigioso
esempio di espressività misurata: Sergej Makovetskij, Sergej Garmash, Aleksej Petrenko, Valentin Gaft, Jurij Stojanov, Michail
Efremov, Sergej Gazarov, Aleksandr Abadashjan, Viktor Verzhbitskij, Aleksej Gorbunov, Roman Madjanov, Sergej Artsybashev, affiancati
tutti dallo stesso Michalkov che si ritaglia il decisivo ruolo del presidente della giuria, capace di rivoltare, come da copione,
l’esito scontato del processo ed unico tra i giurati al quale viene attribuito il nome di battesimo, Nikolaj (emblema di un
emergente coscienza del soggetto finalmente consapevole del proprio ruolo, luce di giudizio individuale che squarcia le gelide
tenebre dell’afasia sociale ideologicamente condizionata). L’elaborazione del dolore conduce la necessità di una rinnovata empatia:
mai come prima la parola dei giurati indecisi, qui e ora nella Russia divisa dell’implosiva e strisciante guerra civile, assume
un valore necessario e fondante. Ed è proprio il termine "Russia" che il personaggio incarnato da Michalkov non riesce a pronunciare
come se la presente mancanza di riconciliata, autentica unità impedisse ad ognuno di parlare in nome di un unico popolo, rappresentandolo
legalmente. In 12, mirabile kammerspiel dove la macchina da presa è pronta a cogliere le espressioni più segrete ed
inconsapevoli degli attori intenti a consumare una specie di psicodramma, rileviamo i crismi di quel rarefatto umanesimo che
sa ben rappresentare l’ansia e lo smarrimento della contemporaneità ammalata (come nel recente, fulminante apologo ambientato
in un campo militare al confine della Cecenia firmato con poetica determinazione da Aleksandr Sokurov: Alexandra). Non
a caso, il regista inscrive, all’interno dello stesso "teatro della tortura", la palestra dove i giurati si liberano delle proprie
maschere, un inquieto uccellino alla ricerca di un varco dove poter riconquistare la libertà: una trasparente icona del nostro
anelito comune di giudicanti continuamente giudicati, persi nei labirintici meandri della Storia che ama ripetersi.
© 2008 reVision, Francesco Puma |
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