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10 CanoeTen Canoes - 1h 30'
Regia: Rolf De Heer Che la Storia sia scritta dai vincitori, lo sappiamo. Ma spesso dimentichiamo pure che è scritta solamente dai popoli emergenti, da quei popoli che
stanno a galla sulla superficie del mare mediatico. Altre culture, altri miti millenari sorreggono invece le comunità invisibili, i popoli sommersi, di cui poco sappiamo
perché nessuno ce ne informa. Eppure, quando qualche squarcio di sapienza e di esperienza ci arriva da questi continenti sconosciuti, scopriamo che la loro influenza può
esserci utile, come il loro punto di vista originale su temi che rimangono universali come, ad esempio, l’amicizia e l’amore. È possibile così che qualche ammonimento
fondamentale, qualche esperienza esemplare, o quello che si dice qualche lezione di vita possa arrivarci, attraverso il cinema, da paesi lontani e misconosciuti.Il regista di origine olandese Rolf De Heer aveva diretto qualche anno fa una sorta di western contemporaneo (protagonista David Gulpilil, aborigeno d’Australia e performer straordinario capace di esibire una originale arte che mescola il teatro e la danza locale). Il film si chiamava The Tracker e lo ricordiamo per il suo notevole fascino. Gulpilil è stato pure protagonista di una pellicola che riapriva la profonda ferita di uno sconvolgente genocidio avvenuto nell’Australia degli anni ’30, ai tempi del colonialismo inglese, La Generazione Rubata – Rabbit-Proof Fence, diretto da Philip Noyce (un australiano trapiantato ad Hollywood che è tornato in patria ad evocare una vicenda ingiustamente rimossa). In attesa che venga distribuito da noi (chissà quando!) un altro film che David Gulpilil ha interpretato, The Proposition (scritto e musicato dal cantautore Nick Cave), questa sorta di attore-modello che in patria è considerato una specie d’icona è tornato a lavorare con il regista Rolf De Heer in 10 Canoe, presentato a Cannes quest’anno nella sezione Un Certain Regard dove ha ricevuto il Prix Spècial du Jury. Il risultato di questa nuova esperienza è un’opera intensa ed evocativa, capace d’illuminarci sulla civiltà di un popolo millenario, sulla bellezza di una terra selvaggia e poco contaminata, sul valore di una lingua sconosciuta. Risultato della collaborazione tra il regista e la comunità di Ramingining, che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura, 10 Canoe, è ambientato nella Terra di Arnhem e parlato nella lingua locale Ganalbingu (è arrivato da noi con sottotitoli), con dei passaggi scanditi dalla voce off di David Gulpilil (doppiata nella versione italiana). Una storia dentro un’altra storia, come è la formula delle Mille e una notte, un film nel film per dare risalto alla dimensione mitica dell’esemplare storia di quel popolo. Le fotografie di Donald Thomson, famoso antropologo degli anni ’30, sono state assai utili per individuare creativamente l’evoluzione morfologica del territorio. De Heer fa un
film su un paesaggio e ad esso sembra affidarsi per suscitare la sua narrazione, seguendo la stessa intenzionalità dell’ultimo Malick di The New World.Certamente, Malick con il suo scrupoloso lavoro di ricostruzione filologica e la sua elaborazione visiva e sonora si avvicina al cinema di Kubrick, mentre in 10 Canoe è la magnifica retorica del documentario a fondersi con gli elementi narrativi (alla Flaherty) restituendoci i chiaroscuri di quella che potremmo definire una metafora sul significato fondamentale del vivere e del morire, il cui culmine è una straordinaria sequenza di una danzante cerimonia funebre dove il corpo del protagonista Ridjimiraril sembra posseduto da un misterioso, maligno demone. 10 Canoe racconta l’avventura di dieci uomini che, dopo aver costruito le loro imbarcazioni con la corteccia degli alberi della foresta, s’imbarcano in un lungo viaggio lungo la palude alla caccia di uova di oca. Una vicenda remota, ambientata in un’epoca tribale (quando una inondazione coprì l’intero nostro globo) utile a scoprire la dimensione sepolta di un’Australia ancestrale e mitologica. Minygululu è uno dei membri della tribù ed è sposato con tre mogli. Dayindi è invece il più giovane della sua comunità, pronto ad affrontare la sua prima spedizione, innamorato della terza moglie adolescente di Minygululu. Questi, durante il viaggio, racconta al più giovane un’altra, emblematica, storia: Ridjimiraril ha tre mogli che mescolano insieme la bellezza, la saggezza e la gelosia e ha pure un fratello minore, Yeeralparil, che s’innamora della più bella e fresca delle tre. Mito e realtà s’intrecciano e l’apologo diviene allusivo non solo dell’esperienza privata parallela ma anche dell’esemplare conduzione dei rapporti umani. Si parla di lealtà e di dovere, delle ragioni del cuore e della coscienza, dei limiti delle pulsioni e dell’etica che ogni individuo deve esibire. Così il tempo del racconto scandisce, condizionandolo, quello del viaggio, necessario perché Dayindi possa comprendere ed evitare il pericolo di un conflitto personale che potrebbe lasciare spazio a conseguenze letali. In questo travaso di esperienza c’è la sostanza morale di un rituale che, insieme a quelli della costruzione delle canoe e ai modi della caccia, allude all’eterno ciclo delle stagioni della vita. Una civiltà, quella mostrata da questo film, il cui territorio è stato minacciato a partire dagli anni ’70, dal proliferare dei coccodrilli (dovuta ad una diminuzione della caccia) assieme a quella delle sanguisughe e delle zanzare. Un territorio inospitale dove però alberga, come ci racconta questo magnifico 10 Canoe, lo spirito eterno di valori fondamentali capaci di restituirci la misura delle cose e degli uomini. Una misura che ancora oggi può risultarci utile. © 2006 reVision, Francesco Puma |
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