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La Carica Dei 102102 Dalmatians - 1h 40'
Regia: Kevin Lima Quale film avrà visto il pur bravissimo Roberto Nepoti quando su Kataweb definisce La Carica Dei 102 "vivace e convenzionalmente
piacevole"? Il film che abbiamo visto noi, invece, non concede un solo guizzo comico degno di questo nome; è inzeppato di inutili scene di raccordo dove il divertimento
scende a zero (in primis quelle affidate agli inespressivi Alice Evans e Ioan Gruffudd); si conclude con un’inspiegabile sarabanda che non c’entra un tubo con il tema
dei cani rapiti e nella quale Crudelia DeMon viene trasformata in una torta gigante (e ogni confronto con l’identico finale del bellissimo Galline In
Fuga è improponibile).
Forse l’unico momento da salvare è quello in cui Crudelia, temporaneamente guarita dal dottor Pavlov, cade di nuovo preda delle sue ossessioni e vede auto, persone,
strade, il Big Ben e tutta Londra dipinti a macchie nere su fondo bianco: la "dalmatizzazione" dell’universo. È un istante di sublime stravaganza: quella stessa gratuità
favolistica che Il Grinch sapeva mantenere dall’inizio alla fine, ma che qui viene subito abbandonata per strada, come un cane.
Per il resto, La Carica Dei 102 è un film che imbroglia lo spettatore in modo palese: inutile sbandierare questo 102, se poi in scena di dalmata se ne vedono solo 4 o 5 e gli altri 97 spuntano fuori negli ultimi cinque minuti. Che spreca il talento sempre intenso di Glenn Close e l’istintiva buffoneria di Gerard Depardieu, il quale nei panni di uno straripante stilista a metà tra Obelix e Jean-Paul Gaultier non va al di là (è il caso di dirlo) della semplice macchietta. E che, infine, sperpera effetti speciali miliardari per togliere le macchie ad un cucciolo di dalmata, poi però non ha una sola gag decente da costruire attorno a questo personaggio. Ma ormai il pubblico del cinema è il tipico acquirente che si accontenta un po’ di tutto, non fidandosi neanche dei propri figli quando questi lo assicurano che il film è bruttissimo e non fa ridere per niente, e giustamente rimpiangono l’episodio dei Simpson (un vero capolavoro) dove il crudele e straricco Burns vuol farsi anche lui una pelliccia di dalmata. Probabilmente, un giro di vite che smuova dalla catatonia sceneggiatori e registi può partire (è inutile ripeterlo ancora?) solo da noi spettatori, dal nostro coraggio di ignorare prodotti insulsi ai quali sembrano obbligarci la pubblicità e l’effettiva chiusura del mercato creata dall’attuale distribuzione. Anche se la speranza è vana: come il cane di Pavlov iniziava a salivare quando udiva la campanella che annunciava il suo pasto, il pubblico italiano riempirà le sale ogni volta che leggerà sui cartelloni la scritta "Disney". © 2001 reVision, Dante Albanesi |
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